lunedì 26 settembre 2016

Napoleone e Maometto



Napoleone Bonaparte versus Maometto
 


"Ovunque in Maometto si scopre l’uomo ambizioso, il vile adulatore di tutte le passioni piu care al cuore degli uomini! Come carezza la carne, che spazio riserva alla sensualità! Vuole portare l’Arabo verso la verità di Dio, oppure verso la seduzione di tutte le gioie permesse in questa vita e promesse come speranza e ricompensa nell’altro? Bisognava conquistare un popolo, l’appello alle passioni era, dunque, necessario. Ebbene, vi è riuscito! Ma la causa del suo trionfo sarà la causa della sua rovina. Presto o tardi la mezzaluna sparirà dalla scena del mondo e la Croce vi rimarrà! La sensualità in ultima analisi uccide le nazioni, cosi come uccide gli individui che sono cosi folli da farne il fondamento della loro esistenza! Questo falso profeta, inoltre, si rivolge a una sola nazione, e ha sentito il bisogno, di giocare due ruoli, il ruolo politico e quello religioso. Egli ha effettivamente conquistato e posseduto tuttà la potenza del primo. Quanto al secondo, se ne ha avuto il prestigio non ne ha avuto la sostanza. Non ha mai fornito prove della divinità della sua missione. Una o due volte vuole misurarsi con un miracolo e fallisce miseramente. Nessuno crede ai suoi miracoli, perché Maometto stesso non ci credeva e questo prova che non è poi cosi facile come si immagina di imporsi in questo modo. Se a Maometto si addice bene il titolo di impostore, esso ripugna talmente a quello di Cristo che credo che nessun nemico del cristianesimo abbia mai osato attribuirglielo! E tuttavia non c’è una via di mezzo: Cristo o è un impostore o è Dio. Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è un uomo. Gli spiriti superficiali scorgono una somiglianza tra il Cristo e i fondatori di Imperi, i conquistatori e le divinità di altre religioni. Questa somiglianza non esiste. Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è la distanza dell’infinito. Si, esiste una causa divina, una ragione sovrana, un essere infinito. Questa causa è la causa delle cause; questa ragione è la ragione creatrice dell’intelligenza. Esiste un essere infinito, a paragone del quale, generale Bertrand, non siete che un atomo; a paragone del quale io, Napoleone, con tutto il mio genio, sono un vero niente, un puro nulla, mi capite?"
Napoleone Bonaparte, Conversazioni Religiose a Sant'Elena – Editori Riuniti

Lutero e i matrimoni gay

Lutero, un Machiavelli della fede 

di Francesco Agnoli


In occasione del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall’altra i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l’uomo che deformò il Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l’Europa.

Non si tratta, però, solo di un dibattito teologico “alto”; vi sono implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l’abdicazione di Benedetto, di limitare la condanna dell’adulterio e di legittimare, più o meno apertamente, le seconde nozze, con aperture graduali anche al matrimonio gay. Cosa c’entra in tutto ciò Lutero?


Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale significato soprannaturale.

Sul piano dei fatti, la prima cosa da ricordare è il matrimonio di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell’ex convento agostiniano di Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni della Chiesa cattolica nelle sue terre).

Lutero e Caterina divengono così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati “si adoperarono parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro chiostri, per farne le loro spose“.

Dopo un ratto di religiose che ha luogo la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l’organizzatore dell’impresa “felice ladro” e si congratula con lui per aver “liberato queste povere anime dalla prigionia(vedi Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure a sposarsi.

Il secondo fatto da ricordare è il seguente: Lutero, per non perdere l’appoggio del langravio Filippo d’Assia, “uno dei due pilastri politici sui quali si reggeva il luteranesimo”, gli concede di sposare in seconde nozze la damigella diciassettenne Margarete von Saale.

Filippo ha già una moglie, Cristina di Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel 1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo, libertino incallito, malato di sifilide, ma “necessario per conservare integra la forza militare della riforma”.

Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato da una “necessità di coscienza”.

In altre parole: la bigamia va bene, ma basta che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: “Se dunque vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il nostro parere è che ciò deve rimanere segreto”.

A nozze avvenute, Filippo invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, “una botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia era trapelato ad opera della sorella del langravio”.

Sentendosi nei guai, Lutero, che meriterà da Tommaso Campanella il titolo di “Machiavelli della fede”, consiglia a Filippo di dichiarare pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, “sostituendo l’atto di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo la sua concubina”. Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa.

Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio era segreto, “e ora diventava nullo perchè era stato reso pubblico” (Federico A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113).

Pochi anni prima di questi fatti, nel 1531, Lutero, in una delle sue tante lettere alla ricerca del  favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re d’Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però… con il permesso della regina si può sposare una seconda moglie, come nell’Antico Testamento.

Come sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e alla fine, di ripudio in ripudio, “in coscienza”, arriverrà alla ragguardevole cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).

Se l’effetto evidente della rivoluzione di Lutero riguardo al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è destinato gradualmente a cambiare.

Bisogna sempre tener conto di un fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con Roma.

E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina del matrimonio: spesso i nobili non accettano l’indissolubilità, nè i vincoli al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra consanguinei…).

Inoltre, per motivi legati alle loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa rispondono Lutero e i riformati a queste “esigenze” nobiliari, e non solo. Anzitutto criticando l’indissolubilità assoluta.

Lutero riconosce così almeno 4 cause per il divorzio: l’adulterio, l’impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è causa di nullità, come per la Chiesa), la “diserzione maliziosa” e l’ostinazione tenace del coniuge nel rifiutare l’amplesso maritale (riguardo a quest’ultima causa, arriva a scrivere: “Se la moglie trascura il suo dovere, l’autorità temporale la deve costringere, oppure metterla a morte”).

Inevitabile che le aperture di Lutero ne generino di ulteriori, come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni, riguardo al divorzio.

Inoltre Lutero e i riformati insistono, con accenti diversi, sull’opportunità del consenso dei genitori, rimproverando la Chiesa di ridurne l’importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino, 1996, p. 207-2012).

La Chiesa cattolica, dal canto suo, con il Concilio di Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità, negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è vincolante e condannando l’assunto luterano secondo cui vivere in castità è impossibile.

La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.

domenica 25 settembre 2016

lo Stato che fa? Si costerna, s'indigna, s'impegna poi getta la spugna con gran dignità


Don Raffae'
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiero del carcere oinè
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggioreale dal '53
e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al braccio speciale
c'è un uomo geniale che parla co' mme.
Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte ll'ore co' 'sta fetenzia
che sputa minaccia e s' 'a piglia co' mme
ma alla fine m'assetto papale
mi sbottono e mi leggo 'o ggiurnale
mi consiglio con don Raffaè
mi spiega che pensa e bevimm' 'o ccafè.

Ah, che bellu ccafè
pure 'n carcere 'o sanno fà
co' 'a recetta ch'a Cicirinella
compagno di cella ci ha dato mammà.

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa?
Si costerna, s'indigna, s'impegna
poi getta la spugna con gran dignità.
Mi scervello. mi asciugo la fronte
per fortuna c'è chi mi risponde
a quell'uomo sceltissimo e immenso
io chiedo consenso, a don Raffaè.
Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli
l'assessore che Dio lo perdoni
'ndentro 'a roulotte ci alleva i visoni.
Voi vi basta una mossa, una voce
c'a `stu Cristo ci leva 'na croce.
Con rispetto, s'è fatto le tre
vulite 'a spremuta o vulite 'o caffè?

Ah, che bellu ccafè
pure 'n carcere 'o sanno fà
co' 'a recetta ch'a Cicirinella
compagno di cella ci ha dato mammà
Ah, che bellu ccafè
pure 'n carcere 'o sanno fà
co' 'a recetta di Cicirinella
compagno di cella precisa a mammà

`Cca ci sta l'inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l'ha chi c'è l'ha
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno a papà
Aggiungete mia figlia Innocenza
vuò 'o marito, nun tiene pazienza
non vi chiedo la grazia pé 'mmè
vi faccio la barba o la fate da sè?
Voi tenete un cappotto cammello
che al maxi-processo eravate 'o cchiu bello,
un vestito gessato marrone
così ci è sembrato alla televisione
pe `ste nozze vi prego Eccellenza
mi prestasse pé ffare presenza
io già tengo le scarpe e 'o gilè
gradite 'o Campari o vulite 'o ccafè?

Ah, che bellu ccafè
pure 'n carcere 'o sanno fà
co' 'a recetta ch'a Cicirinella
compagno di cella ci ha dato mammà.
Ah, che bellu ccafè
pure 'n carcere 'o sanno fà
co' 'a ricetta di Cicirinella
compagno di cella preciso a mammà.

Qui non c'è più decoro, le carceri d'oro
ma chi ll'ha mai viste, chissà
cheste sò fatiscenti pé cchisto 'e fetienti
si tengono l'immunità
don Raffaè voi politicamente
io vi giuro sarebbe 'nu santo
ma a'cca dinto voi state a pagà
e fora chist'atre se stanno a spassà.
A proposito, tengo nu frate
che da quindici anni sta disoccupato
chillo ha fatto cinquanta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi
voi che date conforto e lavoro,
Eminenza, vi bacio e v'imploro
chillo dorme cu mamma e cu mme
che crema d'Arabia ch'è cchistu ccafè. 


sabato 24 settembre 2016

Grasse risate in Vaticano

Grasse risate nei sacri Palazzi 
 

di Francesco Filipazzi 

Ogni tanto a tutti capita di voler essere simpatici. Certo a volte non si riesce ad esserlo. Troviamo un esempio di un fallimento in questo senso sul blog di Andrea Tornielli, Sacri Palazzi. Il Nostro, cercando di prendere in giro (credo) Antonio Socci, in un post dal titolo "Parole del Papa sui Musulmani", riporta una frase (facendo intendere che l'abbia detta Papa Francesco) di Giovanni Paolo II, pronunciata in un incontro con i Giovani Musulmani a Casablanca nel 1985. In essa il Papa dice "Noi crediamo nello stesso Dio, l'unico Dio vivente" ecc. Dunque il colpo di scena. Dopo aver fatto il verso a Socci, il nostrissimo rivela l'arcano "la frase l'ha detta Giovanni Paolo II, Papa e pure Santo. Soprattutto dimenticato".

In effetti ci duole ammettere che Giovanni Paolo II è dimenticato, soprattutto da chi lo cita parzialmente. Tornielli si è dimenticato di citare il paragrafo 10 di quel discorso: "Credo che noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio. Gli uni e gli altri crediamo in un Dio, il Dio unico, che è pienezza di giustizia e pienezza di misericordia; noi crediamo all’importanza della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, della penitenza e del perdono; noi crediamo che Dio ci sarà giudice misericordioso alla fine dei tempi e noi speriamo che dopo la risurrezione egli sarà soddisfatto di noi e noi sappiamo che saremo soddisfatti di lui. La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. 

 
Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore. Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo".

Sostanzialmente il Papa disse ai Giovani Musulmani che c'è una differenza fra le due religioni che si chiama Gesù Cristo. E' evidente che il buon Tornielli si è dimenticato questa parte.


Così come in questo periodo molti hanno dimenticato un'altra parte del magistero dell'epoca. Ad esempio nella Familiaris Consortio leggiamo: "La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio". Dunque, ci chiediamo, perché citare Giovanni Paolo II solo per le liti con i giornalisti rivali, per far volare qualche straccio via web, mentre invece non citarlo, che so, per commentare Amoris Laetitia?


http://www.campariedemaistre.com/2016/09/grasse-risate-nei-sacri-palazzi.html

mercoledì 21 settembre 2016

gay e prete



di Luca Fumagalli

libIn Wilde, film del 1997 diretto da Brian Gilbert, vi è una scena fugace, solo pochi secondi, che però descrive con brillante intuizione il momento della definitiva separazione tra John Gray, giovane approdato al mondo letterario dopo una dura gavetta, e Oscar Wilde, suo amico e amante. Il loro rapporto era stato idilliaco, almeno fino a quando nell’orbita del vate irlandese aveva iniziato a gravitare l’egocentrico quanto affascinante Lord Alfred Douglas, soprannominato Bosie. Il disastroso esito della loro relazione fu il noto processo del 1895 che trascinò nel fango la reputazione del campione dell’estetismo inglese, confinandolo negli angusti spazi di una cella.
Quando Gray vede Oscar allontanarsi con Douglas, l’autocommiserazione si fa largo in lui: «Io sono solo il figlio di un falegname, mentre Bosie…». Robbie Ross, da poco diventato cattolico, non può far altro se non consolare l’amico con parole che, col senno di poi, suonano singolarmente profetiche: «Qualcun altro era figlio di un falegname».

Miseria e grandezza sono i due limiti entro cui si snodò la vita di uno dei protagonisti più discussi della Londra fin de siècle. Di umili origini, John Gray (1866-1934) dovette faticare non poco per affermarsi. Dalla sua parte vi erano la grande vivacità intellettuale e la serietà con cui si dedicava agli studi. Poeta di rara delicatezza, aperto alle influenze letterarie d’oltremanica, presto entrò a far parte del circolo decadente, legandosi tra gli altri a Ernest Dowson e a Aubrey Beardsley (di cui curò la pubblicazione postuma delle epistole).

Il suo nome iniziò a circolare sulla stampa britannica quando venne associato al protagonista de Il ritratto di Dorian Gray, chiaramente ispirato a lui. La ridda di polemiche che investì Wilde, accusato di aver scritto un romanzo immorale e impudico, fu mitigata dalla stampa cattolica, l’unica impegnata nella difesa di un testo che raccontava con precisione la progressiva discesa di un’anima negli abissi del peccato.

Vincenza Lagioia con il suo La vera storia di Dorian Gray compie un’operazione biografica singolare, soprattutto per quanto riguarda lo stile, costruendo una narrazione fatta di piccoli quadri, di tanti spiragli che si aprono senza soluzione di continuità sulla corrotta maestosità della letteratura britannica alle soglie del XX secolo. Il saggio, quasi un edificio felliniano, ripercorre con la passione di un avventuriero la biografia di John Gray, per troppo tempo rimasta celata dietro la maschera di Dorian.

In pochi, infatti, conoscono il secondo tempo della vita del giovane poeta, il cui inizio coincise proprio con l’abbandono di Wilde. La crisi che ne scaturì guidò provvidenzialmente Gray verso i sicuri lidi della Chiesa di Roma, una strada che percorse in compagnia di un nuovo amico, Andrè Raffalovich, un ebreo russo che divenne cattolico e che gli fu compagno fedele per il resto della vita.

Se è pur vero che il mondo dell’estetismo poté vantare numerose conversioni al cattolicesimo, per la maggior parte si trattò di infatuazioni passeggere, gesti provocatori che durarono lo spazio di un mattino. Quella fin de siècle, come ha scritto Griffith in un recente saggio, fu una “falsa partenza” per il revival cattolico britannico che sbocciò solamente qualche anno dopo, a ‘900 ormai avviato.

Raffalovich e Gray, al contrario, furono due sopravvissuti di quella tragica generazione. Quest’ultimo, tra l’altro, dopo gli studi presso il Collegio Scozzese di Roma – lo stesso seminario che aveva ospitato l’irrequieto Frederick Rolfe “Baron Corvo” – venne ordinato sacerdote. Entrambi divennero terziari domenicani e grazie ai loro sforzi congiunti fu costruita a Edimburgo una nuova chiesa parrocchiale.

Il poeta aveva ceduto il passo al sacerdote, un uomo pio e devoto che prendeva sul serio la sua vocazione. Lontano dagli eccessi giovanili, Gray trascorreva le giornate aiutando i bisognosi e trattenendosi per ore al confessionale. Nutriva un affetto particolare per la liturgia cattolica; ogni giorno, mentre Raffalovich occupava puntuale il suo posto in prima fila, celebrava la messa con dignità, attento a scandire le parole, rispettando il ritmo e le pause.

Negli ultimi anni di vita Gray fu in contatto anche con il domenicano McNabb, amico di Chesterton e Belloc, che tentò inutilmente di coinvolgerlo nel progetto distributista, finalizzato ad applicare i principi del cattolicesimo sociale espressi da Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum.

Attraverso gli studi di esegesi biblica conobbe inoltre il gesuita irlandese George Tyrrel, uno dei campioni del modernismo. Sebbene non condividessero una virgola delle sue idee, lui e Raffalovich gli furono vicini nei difficili momenti della scomunica, offrendogli anche un cospicuo aiuto economico (che Tyrrel rifiutò garbatamente).

La vera storia di Dorian Gray, al di là dei molti altri aneddoti che si potrebbero citare, è dunque un saggio audace, che smitizza attraverso il particolare punto di vista di John Gray, il poeta che divenne sacerdote, un’epoca sovente ridotta a trita collezione di cliché. Il volume è sopratutto la storia di una conversione, di un cuore che cambia, che riorienta il suo desiderio di bellezza passando dall’arte a Dio: «La poesia perfetta che questo sacerdote-poeta ha fatto è stato il poema finito della sua vita a Lui dedicata».

Il libro: Vincenzo Lagioia, La vera storia di Dorian Gray, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pagine 318, euro 19.
 http://www.radiospada.org/2016/09/john-gray-lesteta-omosessuale-che-divenne-sacerdote/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

martedì 20 settembre 2016

Grazie ...


Le Quattro Tempora di settembre



La santificazione delle Stagioni.
autunnoLa santa Chiesa chiede, per la quarta volta nell’anno, un tributo di penitenza per consacrare le stagioni. si possono vedere al mercoledì della terza settimana di Avvento e alla prima di Quaresima i dati storici relativi alla istituzione delle Quattro Tempora. Qui richiamiamo soltanto le intenzioni che nel cristiano devono guidare questa parte del suo servizio annuale.

Inverno, primavera, ed estate, iniziati con il digiuno e con l’astinenza, hanno veduto scendere la benedizione di Dio sui mesi dei quali si compongono e l’autunno raccoglie i frutti che la misericordia divina ha fatto gemere dal seno della terra maledetta, perché pacificata dalle riparazioni degli uomini peccatori (Gen 3,17).

Il seme prezioso affidato al terreno nei giorni di freddo ha rotto la zolla appena sono venuti i giorni belli e la Pasqua si è annunciata dando ai campi il grazioso ornamento che loro occorreva, per unirsi al trionfo del Signore. Poi subito, come dovette avvenire nelle nostre anime sotto il fuoco dello Spirito Santo, lo stelo crebbe sotto l’azione del sole caldissimo, la spiga, ingiallendo, promise il cento per uno al seminatore e la messe si è raccolta nella gioia, e i covoni accumulati nel granaio del padrone invitano l’uomo a levare il pensiero a Dio dal quale questo dono è venuto.

Non si dica, come il ricco del Vangelo, dopo un raccolto abbondante: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». (Lc 12,16-21).

Se vogliamo essere ricchi, ma ricchi veramente secondo Dio, meritando il suo aiuto nella nostra conservazione, come nella produzione dei frutti della terra, all’inizio di una nuova stagione usiamo gli stessi mezzi di penitenza già tre volte trovati così utili. Questo è d’altra parte un comando della Chiesa, che obbliga, sotto pena di peccato grave, chi non è dispensato legittimamente in questi tre giorni dall’astinenza e dal digiuno.
Valore della penitenza della Chiesa.
Abbiamo già detto della necessità che il cristiano, desideroso di progredire nella via della salvezza, ha di una iniziativa privata sul terreno della penitenza. Tuttavia anche in questo campo come in tutti gli altri l’attività privata non raggiunge mai il merito e l’efficacia dell’attività pubblica, perché la Chiesa veste della sua stessa dignità e della potenza di propiziazione annessa alla sua qualità di sposa gli atti di penitenza compiuti in suo nome nell’unità del corpo sociale. San Leone nei suoi discorsi al popolo di Roma, in occasione di questo digiuno del settimo mese, torna volentieri su questa caratteristica dell’ascetismo cristiano. Se è lecito, egli dice, a ciascuno di noi affliggere il corpo con penitenze volontarie e frenare, ora più dolcemente e ora più energicamente, le esigenze della carne che lotta contro lo spirito, è necessario tuttavia in giorni stabiliti un digiuno generale. Quando la Chiesa si unisce in un solo spirito, in una sola anima, per le opere di pietà, la devozione è più efficace e più santa. Tutto ciò che riveste carattere pubblico è preferibile a ciò che è privato e si deve comprendere che quando si impegna lo zelo di tutti è in gioco un interesse più grave. Il costume del cristiano non diminuisce dunque il suo impegno e, implorando il soccorso della protezione divina, sia assicuri ciascuno l’armatura celeste contro le insidie dello spirito del male. Ma il soldato della Chiesa, pur sapendo comportarsi valorosamente nella lotta da solo, lotterà tuttavia più sicuramente e con esito più felice al posto assegnato nella milizia della salute. Affronti dunque e sostenga la lotta di tutti, a fianco dei suoi fratelli e sotto il comando del re invincibile (s, Leone, Discorso iv, sul digiuno del VII mese).

Un altro anno e negli stessi giorni, il santo Papa e Dottore insisteva più energicamente ancora e più a lungo su queste considerazioni, che non si potrebbero richiamare abbastanza, di fronte alle tendenze individualiste della pietà moderna. Non non possiamo raccogliere che qualcuno dei suoi pensieri, rinviando il lettore alla raccolta dei suoi discorsi. “L’osservanza regolata dall’alto, egli dice, supera sempre le pratiche di iniziativa privata, non importa quali esse siano, e la legge fatta per tutti rende l’azione più sacra che non possa fare un regolamento particolare. L’esercizio di mortificazione che ciascuno si impone di sua volontà riguarda infatti l’utilità di una parte, di un membro, mentre il digiuno fatto dalla Chiesa tutta non esclude alcuno dalla generale purificazione, e il popolo di Dio diventa onnipotente, quando i cuori si riuniscono nell’unità della santa obbedienza e quando, nel campo dell’armata cristiana, le disposizioni sono dappertutto eguali e la difesa è la stessa in tutti i luoghi. Ecco dunque, amatissimi, che oggi il digiuno solenne del settimo mese ci invita a schierarci sotto la potenza di questa invincibile unità. Leviamo a Dio i nostri cuori, togliamo qualche cosa dalla vita presente per accrescere i nostri beni eterni. Il perdono completo dei peccati si ottiene con facilità quando la Chiesa si riunisce tutta in una sola preghiera e in una sola confessione. Se il Signore promette di accogliere ogni domanda fatta nel pio accordo di due o tre (Mt 18,19-20) come dire di no a tutto un popolo innumerevole, che segue uno stesso rito e prega in spirituale accordo? È casa grande davanti al Signore e prezioso lo spettacolo del popolo di Gesù Cristo, che si dedica allo stesso impegno e, senza distinzione di sesso e di condizione, in tutte le sue classi agisce come un cuore solo. È unico pensiero di tutti fuggire il male e fare il bene (Sal 33,15), Dio è glorificato nelle opere dei suoi servi, l’elemosina abbonda e ciascuno cerca solo l’interesse altrui e non il proprio. Per grazia di Dio che fa tutto in tutti (1Cor 12,6), frutto e merito sono comuni, perché comune è l’amore nonostante la sproporzione di quanto si possiede, e quelli che meno possono dare si eguagliano ai più ricchi, per la gioia che sentono della generosità altrui. Nessun disordine in un popolo simile, nessuna dissomiglianza là dove tutti i membri dell’intero corpo tendono tutti a dare prova di una stessa intensità di amore. Allora la bellezza delle parti si riflette sul tutto e fa la sua bellezza. Abbracciamo dunque, o carissimi, questa saldezza di unità sacra e iniziamo il solenne digiuno con la ferma risoluzione di una volontà concorde” (san Leone, Discorso iii sul Digiuno del VII mese).
Preghiera per gli Ordinandi.
Non dimentichiamo nelle nostre preghiere e nei nostri digiuni di questi giorni i novelli sacerdoti e gli altri ministri della Chiesa che riceveranno sabato l’imposizione  delle mani. L’ordinazione del settembre non è generalmente la più numerosa di quelle che il Vescovo compie nel corso dell’anno. L’augusta funzione cui il popolo cristiano deve i suoi padri e le sue guide non sentiero della vita, in quest’epoca dell’anno, offre tuttavia un interesse particolare, perché corrisponde meglio di qualsiasi altra allo stato presente del mondo, portato come è verso la sua rovina. L’anno volge anch’esso al suo termine. Il mondo, già illuminato dall’Uomo-Dio e riscaldato dallo Spirito Santo, vede raffreddarsi la carità, diminuire la luce e la fiamma del Sole di giustizia. Ogni rivoluzione strappa alla Chiesa gemme che essa non ritrova dopo l’uragano, le burrasche si fanno frequenti e la tempesta diviene lo stato normale delle società. L’errore domina e fa legge, l’iniquità abbonda. Quando verrà il figlio dell’uomo, diceva il Signore, pensate che trovi ancora fede sulla terra? (Lc 18,8).

Levate la vostra testa, o figli di Dio, perché la vostra redenzione è vicina (ivi 21, 28-31), ma tuttavia, da adesso all’ora in cui cielo e terra rinnovellati per il regno eterno sbocceranno nella inebriante luce dell’Agnello vittorioso (Ap 21), giorni più duri ancora devono scorrere nei quali anche gli eletti (Mc 13,22) sarebbero sedotti, se fosse possibile. Occorre quindi che in questi tempi sventurati i pastori del gregge siano all’altezza della loro vocazione rischiosa e sublime. Digiuniamo e preghiamo e per molte che siano le perdite già subite nelle file dei cristiani prima fedeli alle pratiche della penitenza, noi non manchiamo. Stretti in piccolo gruppo intorno alla Chiesa imploriamo lo Sposo di moltiplicare i suoi doni su quelli che egli chiama all’onore più che mai temibile del sacerdozio e di infondere in essi la sua divina prudenza, onde sventare le insidie, il suo zelo indomito nella ricerca delle anime ingrate, la sua perseveranza fino alla morte nel conservare, senza incertezze e compromessi, l’integrità della verità da lui rivelata al mondo, la custodia della quale nell’ultimo giorno sarà testimoniata dalla fedeltà della Sposa.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 500-504

Serbi Dio l'austriaco regno


Il Coro La Valle di Sover (Trentino - Italia - ex provincia austriaca del Tirolo) e il Coro Hejnal di Mazancowice (Slesia - Polonia - ex provincia austriaca della Slesia) eseguono insieme domenica 3 agosto 2014 a Segonzano (TN) l'Inno imperiale austriaco "Serbi Dio", in memoria dei soldati austro ungarici trentini e polacchi, caduti sul fronte orientale austro russo nella Prima Guerra Mondiale 1914-1918.


Italiano
Serbi Dio l'austriaco regno Guardi il nostro Imperator
nella Fe' che gli è sostegno guidi noi con saggio amor.
Difendiamo il serto avìto che gli adorna il regio crìn.
Sempre d'Austria il soglio unito sia d'Asburgo col destin.




2. Pia difesa e forte insieme
Siamo al dritto ed al dover;
E corriam con lieta speme
La battaglia a sostener!
Rammentando le ferite
Che di lauri ci coprir;
Noi daremo beni e vite
Alla patria, al nostro Sir.


3. Dell'industria a' bei tesori
Sia tutela il buon guerrier;
Incruenti e miti allori
Abbian l'arti ed il saper!
Benedica il Cielo e renda
Glorioso il patrio suol,
E pacifico risplenda
Sovra l'Austria ognora il sol!


4. Siam concordi, in forze unite
Del potere il nerbo sta;
Alte imprese fian compite,
Se concordia in noi sarà.
Siam fratelli, e un sol pensiero
Ne congiunga e un solo cor;
Duri eterno questo Impero,
Salvi Iddio l'Imperator!

 

5. Presso a Lui, sposa beata,
Del Suo cor l'Eletta sta,
Di quei vezzi inghirlandata,
Che non temono l'età.
Sulla Mite in trono assisa
Versi il Cielo ogni suo don:
Salve Augusto, salve Elisa,
E d'Asburgo la Magion!


Polacco
Boże wspieraj, Boże ochroń Nam Cesarza i nasz kraj,
Tarczą wiary rządy osłoń, Państwu Jego siłę daj.
Brońmy wiernie Jego tronu, Zwróćmy wszelki wroga cios,
Bo z Habsburgów tronem złączon Jest na wieki Austrii los.

BUONI SENTIMENTI

CI BASTANO I BUONI SENTIMENTI MORALI?
 


"Le nostre città, la nostra nazione, la nostra Europa stanno attraversando una crisi mortale. La cifra della loro agonia è il freddo inverno demografico che stiamo attraversando. La parola che Dio rivolge a noi pastori ci costringe ad alcune domande: stiamo compiendo l’opera di annunciare il Vangelo o ci accontentiamo di esortare le persone a buoni sentimenti morali, quali per esempio tolleranza, apertura, accoglienza? Non dobbiamo essere sordi al vero bisogno, alla struggente necessità che abita nel cuore di uomini e donne che vivono con ansia i giorni cupi e tristi che stiamo attraversando. Non dobbiamo, noi pastori, essere sordi all’angoscia che abita nel cuore di padri e madri, che pensano con paura al futuro dei loro bambini. È necessario che i pastori della Chiesa testimonino, dicano che dentro ogni istante, dentro ogni evento abita una Presenza, un Ospite che guida tutto ciò che accade al bene di coloro che Dio ama.

Fino a quando sulle nostre spirituali rovine sarà celebrata l’Eucarestia, esse potranno risorgere. Le pie esortazioni morali lasciamole ad altri.

(...) È questo Dio che ci dà il diritto di sperare, non un qualsiasi Dio, ma solo il Dio che ha un volto umano perché si è fatto uomo.
 

Il Signore dunque faccia tacere sulle nostre labbra di pastori parole vuote, e metta sulla nostra bocca parole vere.

(...) In questi momenti di grave incertezza mantenetevi fermi nella Chiesa. Abbiamo ragioni vere e belle per farlo. È in essa che incontriamo il nostro Salvatore."

Card. Carlo Caffarra
Solennità di sant’Agostino
Pavia, 28 agosto 2016

lunedì 19 settembre 2016

Vangelo o Corano?

Danilo Quinto.Vangelo o Corano? La stessa cosa.... 

 

Se ce lo avessero detto solo alcuni anni fa, non avremmo mai potuto immaginare di dover subire certe realtà nel nostro Paese. I media titolano diverse manifestazioni del genere in molte città d'Italia, in comunità così numerose e potenti da importare alcune barbare usanze, come fosse la cosa più naturale del mondo. Auxilium christianorum, ora pro nobis! L'invocazione viene spontanea, ma la preghiera non basta e grande è l'indignazione nei confronti di chi permette e anzi incoraggia tutto questo senza porre alcun argine all'islamizzazione della nostra Patria, se ancora è lecito pensare e usare questo termine e la realtà che rappresenta, che ancora resiste almeno nei monumenti e nel cuore di chi non ha portato il cervello all'ammasso. E se poi pensiamo che alla deriva dominante non si sottraggono neppure i sacerdoti e chi è ancora più in alto, qui siamo nel cuore del problema.

 
"Siamo tutti credenti, obbediamo alla spiritualità come sorgente di giustizia, poi ognuno ha scelto la sua strada, il Vangelo o il Corano", afferma il parroco della cattedrale di Bari, impegnato in preghiera con i musulmani per la festa islamica del sacrificio.

La ʿīd al-aḍḥā ("festa del sacrificio") o ʿīd al-naḥr ("festa dello sgozzamento") o ʿīd al-qurbān ( "festa dell'offerta", chiamata in lingua turca Eid Qurbani), è la festa islamica che ricorda il sacrificio ordinato da Dio ad Abramo per metterlo alla prova. Per i musulmani è per eccellenza la festa della fede e della totale sottomissione a Dio. Si sacrifica un animale, fisicamente integro e adulto: un ovino, un caprino, un bovino o un camelide. Viene ucciso mediante sgozzamento, con la recisione della giugulare che permetta al sangue di defluire, visto che per la legislazione biblica e coranica il sangue è impuro ed è quindi proibito mangiarne. La carne viene divisa preferibilmente in tre parti uguali, una delle quali va consumata subito tra i familiari, mentre la seconda va conservata e consumata in seguito e la terza viene destinata ai poveri della comunità, che non hanno i mezzi economici per acquistarlo. Il presidente di Aidaa (Associazione italiana in difesa di animali e ambiente) ha dichiarato: "Purtroppo lo sgozzamento dovrebbe avvenire solo nei macelli autorizzati e con una serie di accorgimenti che dovrebbero teoricamente ridurre al minimo la sofferenza dell'animale mentre invece avviene spesso nelle case private senza alcuna precauzione e soprattutto in maniera assolutamente illegale". Nella sola Milano si calcola che in questi giorni siano stati sgozzati almeno 30mila animali. Non c’è da meravigliarsi. Non abbiamo forse garantito ai musulmani di esercitare i diritti che derivano dai loro riti, anche se ledono le nostre leggi?

A Bari, invece, non ci sono stati sgozzamenti di animali nel padiglione della Fiera del Levante che ospitava 2mila musulmani riuniti per la festa. A officiare il rito è l’imam Adbdurrahman Ayub Said. 
 
Non si macella. L'imam Sharif Lorenzini, presidente nazionale e vicepresidente pugliese della Cidi, la Comunità islamica d'Italia, assicura che lo si farà in strutture autorizzate dalla Asl e aggiunge: "Nessun credo fomenta l'odio, chi dice il contrario sta solo strumentalizzando". Alle preghiere sono presenti l’assessore comunale alle Culture ("Siamo una faccia, una razza, e stesso mare", dice), fedeli cattolici e due sacerdoti della Chiesa Cattolica: il direttore della Caritas diocesana e il parroco della cattedrale che già si era reso protagonista, nello scorso mese di luglio, di un’iniziativa ecumenica, supportata peraltro in tutt’Italia da molti Vescovi dopo lo sgozzamento di un sacerdote cattolico da parte di islamici a Rouen, in Francia: la preghiera comune con l'imam Sharif Lorenzini, che in quell’occasione aveva preannunciato “una serie di iniziative che faremo insieme al parroco della Cattedrale. Ci rendiamo conto che la popolazione lo vuole e nei prossimi giorni rivedrò il parroco per organizzare altre iniziative comuni".

Detto, fatto. Si dissimula la Verità. Sacrilegio? Apostasia? Eresia? Sarà Dio a giudicare. Noi possiamo solo piangere e ricordare quel luogo meraviglioso affidato alle sue cure, dove lo splendore del romanico della facciata e delle navate, che risalgono al 1034, cela il tesoro del succorpo. A cinque metri di profondità, estendendosi per l’intera area al di sotto della Cattedrale, viene custodito il mistero della fede cristiana, così come si è sedimentato nel corso dei secoli, degli abitanti della città. Vi si accede attraverso una porticina situata prima dell’ingresso a destra della cripta. L’itinerario ha inizio con la fase romana, alla quale appartengono i resti di un grande edificio, articolato in diversi vani, che nei primi secoli dopo Cristo occupava l’area. Su una lastra di rivestimento in marmo di una base perduta, è stata ritrovata un’epigrafe latina, datata seconda metà del II sec. d.C., che testimonia il funzionamento della vita istituzionale, il sostenuto livello economico e sociale di Bari nella tarda età antoniniana e l’esistenza di un edificio per gli spettacoli. Di età romana è anche la strada lastricata, attraversata da una coppia di solchi di diversa ampiezza e profondità. Forse a partire dal V secolo, sui resti dell’edificio romano, fu edificata una basilica, lunga 40 e larga 18 metri, a tre navate, con abside rivolto a oriente e piani pavimentali a mosaico. Di straordinaria bellezza è il mosaico detto “di Timoteo”, attribuito al VI secolo, paragonabile ai manufatti di questo tipo che sono presenti solo in Siria. Si ammira, poi, la chiesetta alto-medievale scoperta sotto la piazzetta Bisanzio e Rainaldo, durante gli scavi del 1995 e del 1998. Il pavimento, conservato per ampi tratti, è realizzato con grandi tasselli calcarei disposti secondo un ordito geometrico definito da riquadri. Intorno alla chiesetta è presente una fitta area cimiteriale di tombe del tipo a fossa terragna oppure a casa di pietre. Sulla Basilica, a partire dal 1034, iniziò la realizzazione della nuova Cattedrale romanica, fondata dall’arcivescovo Bisanzio, eretta dal suo successore Nicola, completata nel 1064 da Andrea II. Il nucleo principale superstite della fabbrica del Mille, è riconoscibile nell’ambiente sotterraneo (confessio), diviso in tre navate. Dopo il 1170, l’arcivescovo Rainaldo ne promosse la ricostruzione. Sul modello della Basilica di San Nicola, venne ricostruito il transetto, con la cripta a sala sotto il presbiterio.

Orde islamiche, nel corso dei secoli, hanno assaltato la Puglia e Bari, fino all’assedio che durò per tutto il X secolo; solo nel 1004 i bizantini con l'aiuto dei veneziani, le cacciarono dalla città. E’ passato un millennio. Ora, sacerdoti cattolici dicono che Vangelo e Corano sono la stessa cosa. Se ci fosse qualcuno che è indotto a credergli, sappia che – da vittima – ha meno responsabilità di chi diffonde la menzogna.
 
Danilo Quinto - http://daniloquinto.tumblr.com/

domenica 18 settembre 2016






Come si celebrava la Messa nel XV secolo?

Vi proponiamo un video con una ricostruzione storica della liturgia nel 1400

 

 Un video condiviso su Youtube da UCatholic mostra una ricostruzione storica di come veniva celebrata la Santa Messa un centinaio di anni prima del Concilio di Trento. Ad ogni modo si tratta proprio di questo: una ricostruzione storica – e non una celebrazione liturgica – di come sarebbe stata la Messa della XVIII domenica dopo Pentecoste nel 4 ottobre del 1450.

http://it.aleteia.org/2016/09/16/video-celebrazione-messa-xv-secolo/

Soli Deo Honor et Gloria






Come si celebrava la Messa nel XV secolo?

Vi proponiamo un video con una ricostruzione storica della liturgia nel 1400

 

 Un video condiviso su Youtube da UCatholic mostra una ricostruzione storica di come veniva celebrata la Santa Messa un centinaio di anni prima del Concilio di Trento. Ad ogni modo si tratta proprio di questo: una ricostruzione storica – e non una celebrazione liturgica – di come sarebbe stata la Messa della XVIII domenica dopo Pentecoste nel 4 ottobre del 1450.

http://it.aleteia.org/2016/09/16/video-celebrazione-messa-xv-secolo/

addio europa. Ipsa dixit


L'intervista di Pietro Senaldi

la Bonino: "Chi dovrebbe fare l' Europa è il primo a non crederci. La dissoluzione è vicina"

 

Emma Bonino: "Chi dovrebbe fare l' Europa è il primo a non crederci. La dissoluzione è vicina" 
 
Signora Bonino, da ex europarlamentare e commissario, ha capito dove sta andando la Ue?
«Al momento la vedo ferma a metà del guado. L' Unione è una grande incompiuta davanti a un bivio».


Che porta dove?
«Da una parte alla realizzazione del progetto iniziale, un' Unione Europea (non un super-Stato europeo come spesso si lascia credere). Dall' altra parte, ed è la direzione che mi sembra prevalere, al ritorno degli Stati Nazione, che significherebbe il fallimento dell' Unione».


Perché ritiene più probabile il ritorno agli Stati nazione?
«Perché osservo la realtà: dal muro di Calais, all' Austria, alla Brexit, ogni giorno abbiamo segnali negativi sulla tenuta dell' Unione. E poi perché, come diceva il filosofo austriaco Karl Popper, uno dei più grandi pensatori del Novecento, da sempre nei momenti di crisi i cittadini si rivolgono alle istituzioni e alle autorità a loro più vicine, e quindi chiedono risposte ciascuno al proprio Comune, Regione, governo, illudendosi tragicamente che possano risolvere problemi che hanno portate e cause internazionali».


Ma perché lo reputa negativo, visto che l' Unione non riesce a realizzarsi davvero?
«Perché è un' illusione pericolosa. Ricordo sempre il monito di Mitterand: "I nazionalismi sono l' anticamera della guerra". Questo momento storico me ne ricorda drammaticamente un altro».


Il periodo tra le due guerre?
«Sto leggendo diversi libri su quegli anni e trovo similitudini impressionanti. Non può immaginare come anche da piccoli episodi in apparenza minori possano nascere crisi internazionali nefaste».


Quanto le fa paura l' affermarsi delle destre europee?
«Non è giusto chiamarle destre, visto che tra i partiti anti-Ue figura anche M5S e non solo la Lega. Sono collettori di rabbia sociale ispirati alla logica del chi fa per sé fa per tre».


Immagino che il suo giudizio sulla Brexit sia negativo… «La democrazia plebiscitaria mi ha sempre lasciata perplessa».
 
Ma come? Voi radicali di referendum ne avete fatti parecchi… «C' è un enorme differenza tra un plebiscito e un referendum come i nostri, solo abrogativi, vincolanti anche se spesso traditi, e che escludono materie specifiche come amnistie, fisco, trattati internazionali. I nostri costituenti pensarono a questo strumento proprio per non ripetere esperienze tragiche da dittatura della maggioranza».


Pensiero poco democratico...
«Dopo la Brexit, se vince Hofer probabilmente anche l' Austria farà un referendum contro la Ue. In Europa attualmente ce ne saranno almeno una trentina possibili e capaci di destabilizzare l' Unione sulle materie più svariate».


Ma se gli europei si fidano più dei propri leader che della Ue un motivo ci sarà … «Perché l' Unione così com' è è inadeguata ad affrontare le sfide dei nostri tempi. A mio avviso bisogna cambiare i trattati e adeguare il progetto iniziale al mondo di oggi».


Punti il dito: di chi è la responsabilità di questa arretratezza?
«Soprattutto degli Stati membri e dei governi nazionali che hanno dormito sui primi dieci anni di successi del progetto euro, e non hanno capito, o voluto vedere, quello che accadeva nel mondo, sulla frenata economica e sul cambiamento dello scacchiere internazionale. Quasi tutte le leadership nazionali mi paiono tendenzialmente poco convinte del progetto unitario. Per questo temo si adegueranno alle paure dei rispettivi elettorati e smantelleranno la Ue: nessuno ci crede abbastanza per imporsi e scommettere la carriera sul progetto federale».


D' altronde, se non ci crede la Merkel, che si è eretta a capoclasse dell' Europa, perché ci dovrebbero credere gli altri?
«La Germania, come gli altri, privilegia spesso gli interessi nazionali. Ma pure da leader riluttante, la Merkel è stata definita la più consapevole dell' illusione nazionalista».


Ritiene che abbia ammazzato l' Europa a colpi di austerity?
«Ha applicato in modo teutonico il dogma dell' austerity, tipicamente diffuso in Germania e nel Nord Europa, e questo si è rivelato controproducente. I conti in regola sono importantissimi, ma non possono essere l' unica politica».


Quali rimproveri muove alla politica comunitaria dell' Italia?
«Nessuno in particolare. Ma anche in Italia spesso quando c' è un problema difficile da risolvere si tende a scaricare su Bruxelles la responsabilità delle proprie incapacità. Un vizio comune a tutti i governi Ue, potremo dire un collante tra di essi. Ma le conseguenze di questo atteggiamento sono pessime, perché pur definendosi a parole europeista, anche il nostro governo contribuisce nei fatti ad alimentare il sentimento antieuropeista dei cittadini».


E una critica più specifica?
«La nostra priorità sembra essere quella di ottenere dalla Merkel la concessione a sforare il patto di stabilità o di avere maggiore flessibilità. Dovremmo invece cercare di rispettare i parametri e concentrarci sul nostro ruolo in Europa al di là delle contingenze economiche».


Quindi stringere ancora la cinghia: ma se finiamo impiccati?
«Guardi che a impiccarci e impedirci di crescere è soprattutto il nostro immenso debito pubblico, che oltretutto paghiamo salato non solo in termini di credibilità internazionale ma anche in termini finanziari. Il solo costo del debito equivale quest' anno a 74 miliardi».


I premier Ue si radunano ogni settimana nei posti più impensati per spiegarci che bisogna collaborare. Chissà cosa si dicono? Poco o nulla, stando ai risultati...
«C' è una deriva intergovernativa degli Stati che di fatto svuota di potere la Commissione Ue, ridotta ormai alla funzione di segretario o peggio di mero capro espiatorio».


In che modo la Ue dovrebbero cambiare i trattati per salvarsi?
«Penso che i settori siano politica economica, politica di difesa e politica estera, immigrati e integrazione e bilancio. adeguato. Ma guardi che senza cambiare i trattati sarebbe possibile anche oggi una cooperazione rafforzata, magari tra gruppi ristretti di Stati. Purtroppo la politica non usa tutte le possibilità che la Ue così com' è già le riconosce».


L' euro è una maledizione o la salvezza?
«Fu un errore fare l' euro come unica cosa: non è mai esistita nel mondo una moneta unica senza una politica comune, un tesoro e una banca di ultima istanza. Si disse, facciamo l' euro, la politica seguirà, invece si è addormentata».


La Ue rischia di più sulla crisi economica o sull' immigrazione?
«Sono due temi diversi ma che si rafforzano l' uno con l' altro. Era dai tempi del muro di Berlino che non si erigevano reticolati e strutture divisorie in Europa. Ma oggi a Calais assistiamo alle due più vecchie democrazie del mondo, Gran Bretagna e Francia, che si accordano per costruire un recinto intorno a diecimila disperati, come se per Londra fosse un problema integrarli, quando ogni anno l' Inghilterra integra 500mila stranieri».


E qual è il problema allora dei profughi di Calais?
«Proprio il fatto che sono disperati. Non è che noi non vogliamo gli extracomunitari o gli islamici, non vogliamo i poveri. La Gran Bretagna respinge chi scappa dall' Isis ma quando uno sceicco islamico che impone il burqa alle sue dieci mogli vuole trasferirsi a Londra trova il tappeto rosso, come negli altri Paesi».


A rendere gli europei avversi agli immigrati non è il timore di importare burqa e terrorismo?
«Nessuno vuole importare burqa e terrorismo ma va sfatato un altro stereotipo: la maggior parte degli immigrati o rifugiati che arriva in Italia non è musulmana ma cristiana o di altre minoranze religiose. Si tratta di gente che arriva dal Corno d' Africa e fugge da Boko Haram, Shaabab o altri gruppi estremisti».


Ma l' immigrazione islamica è quella che più si nota. Molti non vogliono gli immigrati perché temono il terrorismo. Il vento, anche in Germania, è cambiato con gli attentati, non crede?
«La crisi di consenso della Merkel è dovuta alle sue aperture agli immigrati. Ma io penso che l' islam abbia un problema di terrorismo soprattutto in casa sua: nel 2015 ci sono stati 18mila morti in attentati terroristici. Principalmente in Afghanistan, Iraq, Nigeria, Siria, Somalia».


Non sarà bello, ma è ovvio che ci preoccupino di più i cento morti del Bataclan o gli 80 di Nizza… «Certo, ma allora mi spieghi come mai le tremila vittime dell' 11 settembre non hanno messo in discussione gli accordi economici tra Usa e Arabia, malgrado sia acclarato che il terrorismo islamico è di stampo wahabita e trova la sua origine proprio nella Penisola Araba. Questo non ci impedisce però di fare affari con il Qatar. Le monarchie del Golfo sono da sempre ottimi alleati dell' Occidente: un ricco estremista del Bahrein ci fa meno paura di un siriano che scappa dall' Isis».

Cosa sta succedendo in Medio Oriente, lei che ci ha vissuto?
«Grazie al petrolio si sono create nuove potenze che hanno scatenato una guerra per il controllo della zona.
L' Occidente prima non ha capito, poi è rimasto a guardare sperando che tutto si sistemasse, poi ha deciso di occuparsene ma non ha mai capito come».


Vede una regia dietro la rivolta delle Primavere arabe contro le dittature filo-occidentali?
«No, perché la situazione economica e sociale in Egitto, Libia, Tunisia era esplosiva di per sé e non necessitava di particolari detonatori».


Diciamocelo, sono fallite… «Hanno suscitato troppo entusiasmo e troppo presto. Non bisogna scordare che transizioni simili richiedono almeno vent' anni perché la situazione si normalizzi».

Cosa pensa dell' Isis?
«È semplicemente un gruppo terrorista più scaltro e feroce degli altri, ma non è destinato alla vittoria».


Cosa pensa del Nobel per la Pace sulla fiducia, Barack Obama?
«Non so perché gli sia stato dato all' inizio del suo mandato, ma io penso che se lo sia meritato».


Ha abbandonato l' Europa?
«Ha capito che il mondo non è più bipolare e che la supremazia degli Usa deve fare i conti con altre potenze».


Su Francesco che giudizio ha?
«Non sono un' esperta di religione. Apprezzo il Papa perché ha presente che esistono anche valori laici e con questi si relaziona».

E questo gli crea problemi con i fedeli più tradizionali… «Non con tutti. Credo che il messaggio forte di Francesco sia sensibilizzare il mondo ricco sul dramma dei poveri, e questo lo apprezzo molto. Ma adesso basta, è già quasi un' enciclopedia».

Pietro Senaldi
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