domenica 28 agosto 2016

degenerazione della chiesa

La degenerazione della Religione in religiosità. Il nuovo protestantesimo che avanza.











All’epoca di Cicerone, i sacerdoti, nei giorni comandati, ripetevano come filastrocche formule antiche, scritte in un linguaggio arcaico e misterioso. Le ripetevano per consuetudine, per inerzia, senza comprendere più il significato.
Di lì a poco, la Religio Romana sarebbe semplicemente crollata, sotto i colpi – dapprima – di culti orientali dilaganti fra le masse urbane e, quindi, sotto la nuova luce del Cristianesimo. L’immenso deposito di fede dell’età regia e repubblicana, semplicemente, era svanito, dimenticato e perduto per sempre, per la degradazione e l’impoverimento spirituale di coloro cui era demandato il compito di tramandarlo ed accrescerlo.

Nei secoli della propria esistenza, in seguito, il Cristianesimo ha forgiato – sotto la guida delle proprie gerarchie e della Patristica – un altrettanto sconfinato deposito di conoscenza, di pratiche e di riti. Anche in chiave cristiana, dunque, si può dire che  il termine “religione” assuma diverse ed articolate accezioni.

Il primo significato da considerare, e il più denso di conseguenze, è quello che non riguarda la mera – e spesso superficiale – pratica religiosa delle masse, ma il patrimonio di fede, di conoscenza e di riflessione dottrinale che, secolo dopo secolo, le figure più eminenti della Cristianità hanno elaborato, in particolare mediante lo studio e la comprensione delle Scritture.

Giocoforza, si tratta di un sapere non riservato a chiunque, ma che costituisce, per così dire, il “nocciolo duro” della fede. Il rito, il governo della Chiesa universale e, soprattutto, la conoscenza della Legge divina sono patrimonio, anzitutto, delle gerarchie ecclesiali, ossia di coloro che, dedicando la propria vita e i propri talenti alla Chiesa, maggiormente sono tenuti ad approfondire e a coltivare gli aspetti più specifici e complessi della Dottrina.

In via discendente, allontanandosi da tale centro nevralgico, inevitabilmente il grado di approfondimento della dottrina cristiana decresce, fino ad assumere – negli strati più diffusi delle masse che si definiscono “credenti” – il livello di una mera prassi, ancorata a poche e superficiali nozioni. Sotto tale aspetto, la “religione” sfuma nella “religiosità”, ossia in un senso del divino immediato ed istintivo, che poggia su elementi di tipo moralistico (“si deve fare X”; “non si deve fare Y”).

Questo stato di cose, nella storia della Cristianità, è sempre esistito. Nondimeno, il patrimonio di fede non è mai venuto meno nella propria straordinaria complessità e ricchezza proprio per l’opera di una gerarchia organizzata, quella ecclesiastica, posta al timone del Popolo di Dio e assumente una funzione orientatrice delle comunità sottoposte alla propria giurisdizione. Non far dimenticare che oltre la semplice religiosità esiste un universo complesso e superiore, dunque, è il merito e la missione principale della gerarchia ecclesiastica.

A partire dal XVI secolo, come noto, la Cristianità è stata gravemente depauperata dalla c.d. Riforma protestante, che ha inteso sovvertire completamente la situazione sopra brevemente descritta. In particolare, i diversi riformatori protestanti si sono scagliati – per quanto qui interessa – contro i due maggiori pilastri sui quali poggia la Chiesa universale: l’esistenza di una gerarchia sacerdotale e l’affidamento a tale gerarchia del compito di interpretare le Sacre Scritture.

Così, si è assistito a qualcosa di veramente singolare e distorto: l’eliminazione – nei Paesi protestanti – di una vera gerarchia sacerdotale e l’elaborazione del principio della c.d. “libera interpretazione” delle Scritture da parte di ciascun fedele, sotto la labile guida di un “pastore”, peraltro non integralmente votato al sacerdozio, ma piuttosto integrato nella medesima condizione sociale della propria comunità religiosa.

Ciò ha avuto, quale contraccolpo, una duplice conseguenza. Da un lato, la soppressione di una gerarchia ecclesiale – intesa quale organismo gerarchico di tipo tradizionale – ha comportato la frammentazione dei medesimi protestanti in una miriade di comunità differenti, spesso composte da poche centinaia di individui ciascuna, sulla base – ad esempio – dell’influsso carismatico di un singolo pastore o pensatore. Tolta la cornice, è ovvio che lo specchio si disgreghi.

Dall’altro lato, la “volgarizzazione” del patrimonio dottrinale – con la “libera interpretazione” delle Scritture – ha condotto ad un enorme impoverimento delle pratiche, dei riti e del medesimo bagaglio concettuale delle comunità protestanti rispetto alle comunità rimaste fedeli alla Chiesa cattolica.
Così, dunque, nel mondo protestante il messaggio cristiano – inevitabilmente – si è impoverito fino ad assumere, nella sostanza, il grado di una generica “religiosità” e di un moralismo non elaborato e non supportato da un valido sostegno dottrinale. 

Ciò, senza esulare dell’oggetto del presente intervento, ha assunto un’incidenza decisiva su molti caratteri che ancora oggi contraddistinguono i c.d. Paesi riformati: pragmatismo, materialismo, dedizione smodata ai commerci, perdita delle radici identitarie, spregiudicata tendenza al mondialismo. E, fattore maggiormente significativo, un crescente allontanamento dal reale messaggio evangelico in nome di una generica ed onnicomprensiva “tolleranza”.

Fino a tempi relativamente recenti, la Chiesa cattolica, intesa come insieme delle proprie gerarchie, culminanti – ovviamente – nella carica pontificale, è apparsa pressoché immune da una tale deriva.

E, infatti, l’esistenza stessa di un Ordine sacerdotale custode dell’ortodossia ha consentito di tenere a freno, fra i portatori del messaggio cristiano nel senso più organico e completo del termine, le spinte centrifughe e disgregatrici che, pure, provenivano dalla “base”, ossia dall’indifferenziata moltitudine delle comunità ormai solo nominalmente cristiane (es. la tolleranza verso il divorzio o l’aborto, il c.d. “catto-comunismo”, la parificazione della religione cristiana a qualsiasi altro credo in nome del “dialogo fra le religioni”, l’apertura alle coppie omosessuali, ecc.).

L’esistenza di un tetto solido, ossia di una gerarchia preparata, spiritualmente risoluta e di elevato livello dottrinale, dunque, ha preservato per secoli l’edificio della Chiesa dalle spinte distruttrici della “modernità”. Purtroppo, tuttavia, le cose – in futuro – sembrano avviate ad un esito diverso e molto più infelice.

E infatti, in maniera sempre più incalzante, le gerarchie ecclesiali, anche di livello più elevato, al fine di “recuperare popolarità” presso le masse, stanno cedendo terreno rispetto a sempre maggiori compromessi e concessioni. Ciò, in almeno tre distinte – ma concorrenti – direzioni.

Anzitutto, la dottrina cristiana – intesa come “catechismo” in senso ampio – è ritenuta, in maniera implicita o dichiarata, eccessivamente complessa per una divulgazione a livello globale e adeguata alle epoche attuali. Così, dunque, le questioni teologiche vengono accantonate a favore di messaggi di più immediata comprensione – e di maggiore “successo” – per le masse.
In questa direzione, si confrontino i sempre più frequenti riferimenti, anche in sede liturgica, a temi quali la generica “fratellanza” fra i popoli, la “comprensione” per le persone in stato extra Ecclesiam (divorziati, conviventi non sposati, omosessuali, ecc.), il pacifismo esasperato, ecc.. Inoltre, sempre più spesso i temi sopra richiamati vengono affrontati in termini evasivi e possibilistici, anziché con il vigore di un netto rifiuto che si attenderebbe da una Istituzione latrice di un messaggio super-umano.

In secondo luogo, l’immagine della gerarchia ecclesiastica – e in primis del Pontefice – è sempre più abbassata al livello delle masse e ridotta al rango di “personaggio mediatico”. Così, dunque, sempre più rapidamente si sta colmando quel naturale gradino che separava l’Ordine sacerdotale dalle comunità poste sotto la sua giurisdizione.

Si tratta di un mutamento di polarità decisivo e devastante: la gerarchia ecclesiale, infatti, sembra ricercare il consenso delle masse quale fondamento della propria legittimazione, senza invece rammentare che l’unica sovranità deriva dall’alto, ossia dalla Divinità. Si sta creando, dunque, un innaturale legame di tipo “cesaristico” fra le masse e la gerarchia della Chiesa, per cui solo la “popolarità”, la “vicinanza” e la “simpatia” può assicurare seguito fra i fedeli.



E infine, il messaggio cristiano – impoverito a livello dottrinale e subordinato al gradimento delle masse – si sta sempre più avvicinando al concetto di “morale universale” che caratterizza le comunità protestanti: in questa accezione, il “fare del bene” diventa tolleranza nei confronti di chiunque, anche verso il peggior nemico della propria comunità identitaria. Il “male” è lottare per la propria gente; è fare distinzioni; è riconoscere il merito; è voler assegnare a ciascun individuo, a ciascun popolo il proprio ruolo e la propria collocazione storica e geografica, fonte di ricchezza e di complessità.

Il messaggio evangelico, dunque, viene sempre più tradotto in termini semplicistici, buonisti e rarefatti, e per ottenere il maggior gradimento mediatico possibile si avvicina pericolosamente ad un semplice “comportati da bravo bambino”, rivolto però al mondo intero.

D’altro canto, vi è il rischio che la gerarchia ecclesiale, rivolta in maniera eccessiva alla ricerca di un consenso e all’appianamento di qualsiasi distacco, col tempo non sia più in grado di comprendere la straordinaria complessità e ricchezza del patrimonio dottrinale, spirituale e culturale cristiano, finendo per ridursi ad un mero simulacro di se stessa.

Vi è da sperare che, anche con l’intercessione di Potenze più che umane, il nesso con la Tradizione millenaria cristiana non venga perduto. Che restino sempre orecchie in grado di comprendere ed occhi in grado di vedere, oltre che menti – fra Sacerdoti e credenti – capaci di non ridurre il patrimonio religioso a semplice e dozzinale morale.

http://ordinefuturo.net/2016/08/26/la-degenerazione-della-religione-in-religiosita-il-nuovo-protestantesimo-che-avanza/

sabato 27 agosto 2016

processi virtuosi???

"Che si tratti di processi virtuosi 

nessuno per ora può dirlo"









di Giulio Meiattini OSB

Si ha l’impressione che l’affermazione della superiorità del tempo sullo spazio obbedisca a un interesse: quello di avviare processi. […] Ma pur apprezzando lo stimolo di papa Francesco, davvero l’avviare processi è così vitale oggi, tanto da diventare una priorità? Davvero puntare a questo obiettivo e richiamarlo in modo pressante è ciò di cui hanno più bisogno l’uomo o la società attuali, in specie i cattolici? È questo ciò che serve maggiormente in questa congiuntura globale della vita della Chiesa?

Mi sia lecito esprimere un forte dubbio in proposito. Oggi è già in atto un grandissimo numero di processi, per giunta addirittura travolgenti e di proporzioni spesso gigantesche. La tanto citata “liquidità” della nostra società e delle nostre culture, le migrazioni dal sud al nord del mondo, lo spostamento degli equilibri geopolitici, i mutamenti valoriali e le trasformazioni apportate dalla tecnica nella sfera dell’etica, giustificano appieno la felice espressione dello stesso pontefice: “Non stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca”.

I mutamenti sono già in atto, sono numerosi, di portata enorme e dall’estensione planetaria. […] Tanto che mi sembra di poter dire che il problema principale dell’uomo odierno non è quello dell’immobilismo, quanto il non aver più dei marcatori e dei misuratori dei processi in atto. I movimenti in corso sono altamente autoreferenziali: cioè non hanno delle esternalità relativamente stabili che li possano in qualche modo misurare od orientare. Non hanno delle finalità o un senso. […]. Se tutto si muove, e se il “cambiamento” fine a se stesso sembra essere l’unica cosa che rimane, tutto è reso equipollente. […] La parola stessa “processo”, che il papa usa, appare così neutra che di per sé qualunque cambiamento è definibile come processo. Anche il degrado è un processo. Ma se l’importante è processualizzare e cambiare, e non mi si dice il dove e il come a cui deve portare il processo-cambiamento né il suo perché, allora, nella moltiplicazione dei cambiamenti, tutto si equivale. […]

La mia opinione è che oggi, da parte della Chiesa, la parola che ci si aspetterebbe non è: avviare processi. Questi, come ho detto, già sono in atto a dismisura, sia positivi sia negativi, e non aspettano noi cristiani per continuare la loro corsa o per autoalimentarsi.

I processi avviati al tempo della caduta dell’impero romano e delle invasioni dei nuovi popoli euroasiatici, non furono avviati dal cristianesimo: ma questo seppe renderli meno devastanti e gradualmente incanalarli grazie a una visione orientata del mondo.

Anche oggi ci si aspetterebbe che nella labilità e provvisorietà delle configurazioni sociali e culturali, economiche, politiche ed etiche, si offrissero dei criteri di valutazione e discernimento, dei riferimenti, delle topografie che servissero per comprendere all’incirca dove siamo e dove forse andiamo. Insomma, delle bussole e delle carte per orientare i fedeli e gli uomini del nostro tempo.

L’umanità attuale, soprattutto nei paesi riconducibili alla cultura occidentale e al suo influsso, non soffre di immobilismo, ma di disorientamento per eccessiva mobilità. Si tratta di guidare e governare, per quanto possibile, le energie già in moto, perché non confluiscano in un pericoloso caos, ma diventino costruttive di nuovi assetti vivibili. Anche le grandi lobby di potere, non di rado, si servono della strategia della destabilizzazione – avviando processi, guarda un po’! – per ottenere determinate reazioni a loro favorevoli. Avviare processi non è per principio innocente, farlo può essere anche nell’interesse del potere da cui il papa giustamente ci mette in guardia. […]

La conclusione alla quale personalmente approdo è che dai pronunciamenti magisteriali sarebbe da attendersi un linguaggio più sorvegliato e una maggiore lucidità di pensiero. Per il bene di tutti, dal momento che un esercizio corretto della ragione è un buon servizio non solo per la teologia e la vita della Chiesa, ma anche per una comunicazione virtuosa col mondo della cultura. Perché più che una maggiore importanza della realtà sull’idea, andrebbe ricordato che l’idea fa parte della realtà, essendo il pensiero un modo dell’essere e il "medium" attraverso cui l’essere per noi è conoscibile e diventa "verum".

Non curare l’idea e il processo di ideazione (anch’essa un processo!), cioè il pensiero, rischierebbe di estraniarci dall’essere che viene all’idea. L’imprecisione nell’uso dei concetti e nell’esercizio del pensiero non crea intesa, ma equivoci e confusione. La costituzione conciliare "Dei Verbum", espressione di una ricca teologia della storia della salvezza e in piena conformità alla natura sacramentale della Chiesa, ci ricorda l’inseparabilità dei gesti e delle parole, dei fatti e del linguaggio. Non esiste una superiorità dei gesti sulle parole né viceversa.

Mi preoccupa constatare che del principio-postulato qui esaminato viene fatto un uso enigmatico anche nel contesto di un documento come "Amoris laetitia":

“Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali e pastorali devono essere risolte con interventi del magistero” (n. 3).

Mi chiedo: quale nesso c’è fra il principio richiamato e la conseguenza tratta? Forse si intende dire che i pronunciamenti del magistero (anche di "Amoris laetitia"?) sono un sintomo di fissazione immobilista o conservazione di “spazi di potere”? L’implicito sinceramente mi sfugge.

In ogni caso possiamo dire che, all’insegna di questo principio, l’effetto c’è stato: si è avviata, a seguito dell’esortazione postsinodale sulla famiglia, una serie di “processi”: dibattiti, controversie, interpretazioni diametralmente opposte, polarizzazioni, perplessità di fedeli e sacerdoti, incertezze nelle conferenze episcopali. 

Che si tratti di processi virtuosi questo nessuno per ora può dirlo. Personalmente oso dire che forse non è questo che sul tema della famiglia oggi maggiormente serviva. 

Perché, dopo ben due sinodi, neanche una pagina è stata spesa in questa esortazione sulla preparazione e formazione al matrimonio cristiano? E dire che la "relatio finalis" del secondo sinodo vi aveva dedicato un’attenzione significativa, anche se ancora non del tutto sufficiente, a mio parere. Siamo proprio sicuri che oggi i sacramenti vengano dati a dei “cristiani”?

Sono convinto che questo sia il vero processo che la Chiesa ha urgente bisogno di avviare: generare alla fede e alla vita cristiana degli autentici credenti attraverso il battesimo e l’iniziazione cristiana. Poi viene il resto, anche il matrimonio, anche la costruzione della pace sociale e del bene comune.

Ma al battesimo e al catecumenato c’è ancora qualcuno che pensa sul serio? Il battesimo non è un postulato, né un’idea astratta. Battezzare e rendere discepoli i popoli è il cuore della missione della Chiesa, è il mandato di Gesù.

https://apostatisidiventa.blogspot.it/2016/08/capitan-uncini.html


venerdì 26 agosto 2016

sia benedetta la birra

Sant’Arnoldo, il patrono dei birrai

 "Egli osservò che i forti bevitori di birra erano più resistenti alle epidemie, diffusissime a quell’epoca, e forzò i membri della comunità a bere birra abitualmente, benedicendone una vasca e rimescolandola con il proprio bastone pastorale."

 "La birra è arrivata nel mondo dal sudore dell'uomo e dall'amore di Dio".

Sant'Arnolfo di Metz (582 - 641)


 


Sant’Arnoldo o Sant’Arnolfo (Arnulf) di Metz è il patrono dei birrai. Le tradizioni di devozione  a tale  santo, si dividono rispetto a due ipotesi: alcune lo designano come erede di una nobile famiglia di antica origine, nato nel seicento e  vescovo di Metz, altre come monaco benedettino del XV secolo e vescovo di Soissons.

La tradizione più antica narra che nel 612 Arnolfo, figlio di Arnoaldo di Metz, vescovo di Metz e margravio della Schelda, venne nominato vescovo di Metz, la capitale dell’Austrasia, nonostante non fosse nemmeno consacrato alla vita religiosa. Dopo una intensa vita politica, che lo vide al centro di numerose trame di potere e di guerra, si ritirò nell’eremo colombaniano di Remiremont, dove morì in fama di santità nel 641. La sua salma venne traslata a Metz, dove venne sepolto nella basilica a lui intitolata. La tradizione cristiana vuole che durante la processione con cui furono traslate le reliquie si verificò un miracolo legato alla birra. Era il 18 luglio ed il caldo estivo rendeva insopportabile il cammino dei fedeli a scorta del Santo. La processione si fermò nel paese di Champignuelles, nella cui unica osteria era rimasto un solo boccale di birra: ciascuno degli oltre 5000 fedeli riuscì a bere a sazietà da quell’unico boccale, che non rimase mai vuoto.


Iconografia di Sant’Arnoldo, rappresentato come protettore dei birrai.

Una seconda e più recente biografia, identifica  Sant’Arnoldo in un fiammingo, nato a Pamele, nel Brabante, morto nel 1087, che fu vescovo di Soissons e in seguito abate benedettino di Oudenburg.  Egli  osservò che i forti bevitori di birra erano più resistenti alle epidemie, diffusissime a quell’epoca, e forzò i membri della comunità a bere birra abitualmente, benedicendone  una vasca e rimescolandola con il proprio bastone pastorale.
Queste due tradizioni cristiane  assicurano, da secoli, a Sant’Arnoldo  le simpatie dei birrai e degli appassionati di birra!


http://www.giornaledellabirra.it/approfondimenti/santarnoldo-il-patrono-dei-birrai/ 

 

Chapter VIII of the Rituale Romanum, a liturgical manual dated 1614, includes special blessings for almost anything you might use on a daily basis, literally — the chapter is titled “Blessings of things designated for ordinary use.” In it, you will findblessings for cheese or butter, for seeds, for salt or oats for animals, fishing boats, tools used by mountain climbers and, naturally, for beer.
Included in the Rituale Romanum by Pope Paul V, the blessing (in Latin) goes:

P. Adjutorium nostrum in nomine Domini.
A. Qui fecit caelum et terram.
P. Dominus vobiscum.
A. Et cum spiritu tuo.

Oremus.

Benedic, + Domine, creaturam istam cerevisiae, quam ex adipe frumenti producere dignatus es: ut sit remedium salutare humano generi, et praesta per invocationem Nominis tui sancti; ut, quicumque ex ea biberint, sanitatem corpus et animae tutelam percipiant. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

 
Preghiamo.
Benedici, + Signore, questa birra, tua creatura, che ti sei degnato di produrre con fior di frumento: affinché sia rimedio salutare al genere umano, e concedi che, per l' invocazione del tuo santo Nome, chiunque ne berrà riceva la salute del corpo e la tutela dell' anima. Per Cristo nostro Signore. Amen.

in nome della pastorale

Quale pastorale? 

 



Nel precedente post del 22 agosto promettevo un approfondimento sulle lettere pastorali. L’intervento si rendeva necessario dopo aver accennato a tali scritti nell’intervista rilasciata al sito Cooperatores veritatis. Eccomi dunque qui a mantenere la promessa, precisando però che non ho nessuna intenzione di fare un trattato sulle lettere pastorali, ma solo cercare di capire in che senso vada inteso l’aggettivo “pastorale” ad esse attribuito. Si noti che le due lettere a Timoteo e quella a Tito non sono sempre state designate in tal modo. Il primo a farlo è stato D. N. Berdot nel 1703, seguito poi da P. Anton nel 1726. Sono state cosí chiamate perché indirizzate a due “pastori” della Chiesa e perché trattano del modo di guidare le comunità loro affidate.

Naturalmente non mi soffermerò sulla questione dell’autenticità paolina di queste lettere, perché esula dal nostro interesse. Per una trattazione equilibrata del problema rimando alla “Introduzione alle lettere pastorali” nella TOB; mentre trovo del tutto inadeguate le premesse alle singole lettere nella Bibbia della CEI (Unione editori e librai cattolici italiani, I coedizione, 2008). Come osservazione generale, faccio solo notare che il soffermarsi eccessivamente sulla questione dell’autenticità di un testo va di solito a scapito dell’attenzione ai suoi contenuti.

L’interesse che mi spinge a considerare le lettere pastorali è quello di verificare se troviamo in esse l’opposizione, oggi comune, fra “pastorale” e “dottrina”. Da una lettura, anche solo superficiale, delle tre lettere, tale opposizione non emerge in alcun modo. Anzi, direi che la preoccupazione principale del pastore debba essere, innanzi tutto, la conservazione e la difesa della dottrina.

Per prima cosa, cerchiamo di cogliere il contesto storico in cui si situano queste lettere. Si stanno diffondendo nelle comunità cristiane le prime eresie. Non voglio entrare nella questione (che ha ovviamente ricadute sul problema dell’autenticità) se si tratti di eresie a carattere gnostico (e che quindi rimanderebbero a una datazione posteriore delle lettere) o semplicemente di carattere giudaico (e che quindi sarebbero compatibili con una datazione anteriore). Quel che ora ci interessa è il fatto che nelle comunità affidate a Timoteo e a Tito sono presenti delle eresie. Se ne parla in 1Tm 1:3-11; 4:1-7; 6:3-10; 2Tm 2:14-21; 3:1-9; Tt 1:10-16. Il solo elenco dei passi fa capire quanto sia centrale nelle lettere pastorali la preoccupazione per la diffusione di false dottrine, nei confronti delle quali si deve avere un atteggiamento di totale chiusura. In qualche caso si parla anche di vera e propria “scomunica”: si vedano i casi di Imeneo (1Tm 1:20; 2Tm 2:17), Alessandro (1Tm 1:20; 2Tm 4:14) e Fileto (2Tm 2:17). Si noti che non si usano, come oggi ci aspetteremmo, espressioni del tipo “va’ in cerca della pecorella smarrita”; ma espressioni ben piú dure, quali “li ho consegnati a Satana” (1Tm 1:20).

La lotta contro le eresie avviene con la salvaguardia dell’“integrità della dottrina” (Tt 2:7). Il termine “dottrina” (in greco διδασκαλία, letteralmente “insegnamento”) ricorre 15 volte nelle pastorali: 1Tm 1:10; 4:6; 4:13; 4:16; 5:17; 6:1; 6:3; 2Tm 3:10; 4:2; 4:3; Tt 1:9 (2 volte); 2:1; 2:7; 2:10. In diversi casi essa è accompagnata dall’aggettivo “sana” (ὑγιαίνουσα): 1Tm 1:10; 2Tm 4:3; Tt 1:9; 2:1. In un caso è detta “buona” (καλή, letteralmente “bella”): 1Tm 4:6. In un altro caso essa è definita “secondo la pietà” (κατ’ εὐσέβειαν, espressione tradotta nella nuova versione CEI con “conforme alla vera religiosità”). È ovvio che proprio l’insistenza sulla fedeltà alla “dottrina”, assente nelle altre lettere paoline, costituisce uno degli argomenti portati a sostegno della non-autenticità delle lettere pastorali.

L’idea che tale dottrina vada conservata intatta viene espressa attraverso un altro concetto caratteristico delle lettere pastorali, il “deposito” (παραθήκη, derivato dal verbo παρατίθημι, col significato di “cosa depositata presso qualcuno e affidata alla sua cura”): 1Tm 6:20; 2Tm 1:12; 1:14 (in quest’ultimo caso qualificato come καλή, “buono”). In tutti e tre i casi il termine “deposito” è retto dal verbo “custodire” (φυλάσσω). Nella nuova traduzione della CEI il termine “deposito” è scomparso: è stato sostituito con “ciò che ti/mi è stato affidato” (1Tm 6:20; 2Tm 1:12) o con “il bene prezioso che ti è stato affidato” (2Tm 1:14). Nella seconda lettera a Timoteo troviamo anche una splendida enunciazione del concetto di “tradizione”: «Le cose che hai udito da me davanti a molti testimoni, trasmettile (παρατίθημι) a persone fidate, le quali a loro volta siano in grado di insegnare (διδάσκω) agli altri» (2Tm 2:2).

Un altro termine ricorrente nelle pastorali è “verità” (ἀλήθεια): 1Tm 2:4; 2:7; 3:15; 4:3; 6:5; 2Tm 2:15 (λόγος τῆς ἀληθείας, “parola della verità”); 2:18; 2:25; 3:7; 3:8; 4:4; Tt 1:1; 1:14. In tutto, 13 ricorrenze. Un’espressione che torna piú volte è “conoscenza della verità” (ἐπίγνωσις ἀληθείας): 1Tm 2:4; 2Tm 2:25; 3:7; Tt 1:1.

Come si può vedere, ci troviamo di fronte a tutta una serie di concetti “inattuali”: dottrina, deposito, conoscenza, verità. Inattuali perché visti oggi con sospetto: essi, secondo la mentalità corrente, rischiano di trasformare il cristianesimo in una ideologia, mentre la sua essenza risiederebbe esclusivamente nell’amore e nella misericordia. La pastorale viene oggi contrapposta alla dottrina, perché, anziché preoccuparsi della custodia di un corpus di verità astratte, dovrebbe piuttosto preoccuparsi di “accogliere”, “accompagnare”, “integrare” le persone. Non voglio escludere a priori la legittimità di tale tipo di pastorale. Non posso però fare a meno di rilevare la sua assoluta novità e la sua discontinuità, almeno sul piano terminologico e concettuale, con la pastorale intesa in senso tradizionale. Per cui sarebbe opportuno, come minimo, preoccuparsi di dare una fondazione biblica e teologica a questa nuova pastorale. Un dato comunque è certo: dell’attuale pastorale non c’è ombra nelle lettere pastorali, le quali invece sono tutte preoccupate proprio di ciò che la nuova pastorale guarda con sospetto. A prescindere dall’autenticità paolina, le lettere pastorali fanno parte del canone biblico e sono quindi parola di Dio. Una domanda: ma la parola di Dio non dovrebbe essere il punto di riferimento della vita della Chiesa e quindi anche della sua pastorale?
Q

mercoledì 24 agosto 2016

mons. Francesco Sirufo

 
 
Sabato 20 agosto 2016, alle ore 18.00, in Piazza Maria Santissima di Anglona (accanto alla Cattedrale) a Tursi, la Celebrazione di Ordinazione episcopale di S. E. Mons. Francesco Sirufo.
 
Presbitero della Diocesi di Tursi-Lagonegro, è stato eletto il 20 maggio 2016 Arcivescovo di Acerenza. Al giorno dell’elezione era parroco di Viggianello, prefetto degli Studi dell’Istituto Teologico del Seminario Maggiore di Basilicata, docente di Diritto canonico, vicario giudiziale e vicario episcopale per la Formazione permanente del Clero e dei Sacerdoti di primo ministero e Amministratore diocesano di Tursi-Lagonegro, incarico che ha terminato con l’insediamento di Mons. Vincenzo Orofino avvenuto il 25 giugno scorso.
 
Il ministero del Vescovo si qualifica come segno vivente, in mezzo alla Comunità, del Cristo supremo pastore del popolo di Dio e dell’azione ininterrotta dello Spirito Santo. Per la sacramentalità dell’ordinazione il Vescovo entra a far parte costitutiva del Collegio Episcopale, cioè del corpo dei pastori, ai quali è conferito il compito di essere autentici maestri di fede, pontefici e pastori, e come tali presiedono al gregge del Signore ‘in persona’ di Cristo Capo. La missione episcopale si esprime compiutamente nel servizio alla comunione fra tutti i membri del popolo di Dio nell’unità della Chiesa universale, nell’annunzio missionario del Vangelo ai lontani e nella presenza operosa fra i poveri.
 
Secondo veneranda tradizione, per indicare che l’eletto viene associato al Collegio Apostolico, al Vescovo ordinante principale, S.E. Mons. Vincenzo Orofino, Vescovo di Tursi-Lagonegro, sono associati altri due Vescovi, S.E. Mons. Salvatore Ligorio, Arcivescovo Metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, e S.E. Mons. Francesco Nolè, Arcivescovo Metropolita di Cosenza-Bisignano e già Vescovo di Tursi-Lagonegro, gli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi della Basilicata e una rappresentanza di altre regioni.
 
La celebrazione secondo l’ordinamento previsto dalla Liturgia Romana. Le orazioni e le letture sono state scelte fra i testi della «Messa rituale: Per gli Ordini sacri». Dopo la proclamazione del brano evangelico si invocha il dono dello «Spirito Santo che regge e guida», perché scenda sul Vescovo eletto.
 
Quindi, a nome della Chiesa e con il consenso del Santo Padre, capo del Collegio Apostolico, l’Amministratore diocesano di Acerenza, don Filippo Nicolò, presenta l’eletto perché riceva l’Ordinazione Episcopale. Il Vescovo eletto, prima di ricevere l’Ordinazione, manifesta il proposito di custodire la fede ed esercitare il ministero episcopale in comunione con tutta la Chiesa.
Si chiede l’intercessione dei Santi, perché ogni celebrazione liturgica manifesta la comunione con la Chiesa celeste. Quindi l’imposizione delle mani da parte del Vescovo ordinante principale e degli altri Vescovi presenti e la preghiera di Ordinazione perché sul Vescovo eletto venga effuso lo Spirito del sommo sacerdozio e questo presbitero venga associato al Collegio Apostolico.
 
Seguono i Riti esplicativi che manifestano il servizio a cui è chiamato il Vescovo: pascere, insieme a tutti i vescovi, con mansuetudine, fedeltà e pienezza di cuore il gregge di Dio sparso su tutta la terra: l’unzione con il sacro Crisma, la consegna del libro dei Vangeli, dell’anello, della mitra e del pastorale, l’insediamento e l’abbraccio di pace. Terminata l’Orazione dopo la Comunione, il Vescovo ordinato, accompagnato dai due Vescovi ordinanti, attraversa l’assemblea liturgica e imparte a tutti la benedizione.
 
S. E. Mons. Francesco Sirufo inizierà il suo ministero episcopale nell’Arcidiocesi e nella Città di Acerenza con l’ingresso e la celebrazione liturgica sabato 3 settembre 2016 alle ore 16.00.
 
 
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martedì 23 agosto 2016

cristiani putrefatti

auto-distruzione della chiesa

distruzione di una chiesa in Francia
«Provate, staccate il crocifisso, fate scendere dal suo piedistallo la statua della Vergine Immacolata, chiudete il tabernacolo e dalle vostre scuole fate uscire Gesù Cristo. Uscirà, questo divino proscritto; ma non uscirà da solo. Dietro di Lui se ne andranno il pudore, il rispetto, la pietà filiale e l'amor di patria. E sapete cosa resterà? Prima di tutto rimarrà l'impudicizia e, con l'impudicizia, un'immoralità il cui flusso impuro crescerà sempre di più perché non ci sarà più una diga. In effetti, l'esperienza quotidiana è che la barbarie sta arrivando. Non siamo che all'inizio, ma aspettate ancora dieci anni, dieci anni di scuola senza Dio, ossia senza legge e senza fede, e allora potrete chinarvi e guardare qualcosa che è in piena decomposizione: sarà la Francia di quei tempi»

Mons. Louis Baunard, 1828-1905
 
Il Signore, d'altronde, ci aveva già avvisato: «Senza di me non potete far nulla» (Vangelo san Giovanni, cap. 15, v.8).

http://unafides33.blogspot.it/2016/08/qualcosa-che-e-in-piena-decomposizione.html

lunedì 22 agosto 2016

La sposa chiacchierata

La chiesa adultera

 
 
L'indagine sulla Chiesa viene alterata e si inquina quando, invece della verità per se stessa (che è sempre un bene assoluto e un valore trascendentale), si cercano guadagni «categoriali», quali il consenso, l'approvazione, la concordanza da parte del mondo extraecclesiale.
 

Non è che si debba mirare alla polemica e al dissenso. Tutt'altro: la carità deve sempre ispirare ogni atto del credente, e quindi anche la sua attività intellettuale. Ma non bisogna mai dimenticare che il grado minimo dell'amore è appunto l'omaggio incondizionato alla verità: dell'amore verso Dio, che è autotrasparenza e purissima luce; e dell'amore verso i fratelli i quali, anche quando non se ne avvedono, hanno prima di ogni altra cosa fame e sete della conoscenza salvifica.

In altre parole, è necessario che la nostra meditazione non sia viziata da alcuna sollecitudine di natura, per così dire, «politica»; cioè funzionale al conseguimento di qualche risultato estrinsecamente vantaggioso.
II giusto atteggiamento è quello del bambino, che non ha timore a proporre i suoi «perché» e a sollecitare che gli si risponda, senza darsi pensiero delle convenienze sociali e di ciò che è praticamente «opportuno» (o, come adesso si usa dire, «politicamente corretto»).
 

Particolarmente quando si tratta della Chiesa, vale quanto è stato giustamente detto circa la nostra possibilità di accedere alla comprensione del disegno del Padre: «Dobbiamo entrare nella scuola di Dio da piccoli e inermi fanciulli, se vogliamo essere introdotti dalla sua mano e mediante la sua luce nella profondità dei suoi misteri» (Cardinale Biffi, La sposa chiacchierata)

domenica 21 agosto 2016

catacombe pugliesi e neomartiri

I 300 cristiani perseguitati dagli islamici in Puglia

Notizia di oggi [qui]. La riproposizione in scala ridotta ma non meno drammatica delle situazioni dei luoghi di origine, in un contesto già degradato e povero di risorse. Alla faccia di chi sostiene che sono "risorse" i "nuovi arrivi"il chi numero non accenna a decrescere, anzi... E tutto questo nel nostro Paese, allo sbando totale!
 

Fedeli cristiani segregati in Italia, costretti a celebrare messe clandestine, Crocifissi nascosti per evitare che vengano distrutti, bruciati da fanatici islamici. Tutto questo nel Gargano, a 40 km dalla tomba di San Padre Pio in Puglia. La storia, incredibile, la racconta Cristiano Gatti sull'Espresso e Repubblica ne anticipa una parte. Si tratta di 300 immigrati africani, lavoratori stagionali dei campi di pomodoro, che vivono in una vera e propria bidonville sotto costante minaccia di musulmani che vengono da fuori: "Abbiamo paura, sì. Da due anni la domenica preghiamo tra di noi senza farci vedere".
Di fatto il ghetto di Rignano Garganico è la riproposizione su piccola scala dei drammi della Nigeria e di altri Paesi africani dove i cristiani vengono perseguitati, picchiati, uccisi. "La bidonville aumenta di 10 nuovi arrivati ogni 24 ore. Ha già superato il record di 2mila abitanti e, con la raccolta dei pomodori, si avvia verso i 3mila. Troppa manodopera. Il risultato è che trovano lavoro per non più di 3 o 4 giorni al mese". I racconti dei cristiani sono atroci. Un nigeriano custodisce una croce, due legnetti di fortuna legati insieme alla bell'e meglio: "L'abbiamo fatta con i resti della baracca della fedele che ogni domenica ospitava la messa. La baracca l'hanno bruciata una notte di due anni fa. Poi qualcuno ci ha fatto capire che, se non volevamo altri incendi, non dovevamo pregare davanti ai musulmani. Anzi non dovevamo proprio farci vedere. Noi cristiani siamo una minoranza. Trecento contro duemila, troppo pochi. Così per paura abbiamo dovuto rinunciare alla messa. Solo a Pasqua abbiamo chiesto che venisse un prete. Almeno a Pasqua. Per il resto, preghiamo di nascosto. Loro hanno 3 moschee qui. Ma nessuna baracca può essere usata come chiesa". "I braccianti musulmani sono solidali con noi", spiega, rivelando che i persecutori sono "spie dei caporali", africani anche loro, che per ora non hanno dichiarato la loro vicinanza a Boko Haram o Isis. Ma l'intolleranza sta aumentando anche nel ghetto, con l'arrivo di nuovi immigrati: "Oggi ci dicono che non vogliono vedere croci o immagini di Gesù. Papa Francesco dovrebbe venire qui e scoprire con quanta fatica viviamo".

sabato 20 agosto 2016

incantesimo diabolico

L’esecuzione dell’Occidente

Se cerchiamo riparo da ciò che ci attende, torniamo alla Messa di sempre, implorando da Dio la grazia che numerosi sacerdoti possano celebrarla ovunque. Non di quelli che chiamano in chiesa i musulmani a maledirci e ad oltraggiare Nostro Signore durante il santo Sacrificio; quelli hanno già perso la testa.


don Elia.
 
La società occidentale assomiglia a un prigioniero che, spensieratamente, si stia scavando la fossa con le proprie stesse mani, mentre un miliziano gli tiene puntato contro il mitra con il quale sta per trucidarlo. L’insensata spensieratezza che impazza nel Primo Mondo ci impedisce di vedere la triste realtà. Anche a Berlino, ai primi di maggio del ’45, molti si abbandonarono ad orge sfrenate, ma per “esorcizzare” la disperazione di vedere l’inesorabile rovina e l’incombente morte o prigionia. Noi continuiamo invece a illuderci di essere perfettamente liberi e di non esserlo mai stati tanto prima d’ora. L’incantesimo diabolico che stordisce gli stolidi sudditi della demo(no)crazia sta toccando il culmine, così che le trame occulte del potere progrediscono costantemente, senza incontrare una resistenza adeguata, mediante progetti di legge talmente aberranti da risultare disgustosi a chiunque sia sano di mente. I pochi che vi si oppongono si scontrano con il muro di gomma dell’indifferenza o del cinismo, guardati con sospetto come se i matti fossero loro.

L’Impero Romano crollò a causa non della crisi economica, come pretende la storiografia marxista, ma della crisi spirituale provocata dalla corruzione morale. L’edonismo materialista epicureo, che fin dal I secolo a.C. era dilagato nell’alta società, aveva avuto ricadute deleterie sulla moralità pubblica e privata. Non a caso Karl Marx si laureò in filosofia con una tesi su Epicuro; nella sua smania frustrata di autoaffermazione, il giovane marrano (ebreo “convertitosi” per convenienza) passò presto da Lutero al culto di Satana, come testimoniano i poemetti a lui dedicati, e maturò – si fa per dire – un odio acerrimo contro il cristianesimo. Tutta la sua sgangherata teoria economico-politico-sociale non è altro che un mezzo per distruggere la fede nei cuori degli uomini e asservirli di nuovo al demonio: lotta di classe, rivoluzione e dittatura del proletariato… tutti miseri pretesti per irretire le coscienze ed espellerne Cristo. Devastante potere di certe idee e promesse!

Sul versante opposto, i nemici di Dio infiltratisi nella Chiesa Cattolica hanno tolto il baluardo soprannaturale che proteggeva i popoli e il mondo da completa rovina: la santa Messa, ritoccata e codificata da san Pio V, ma non certo da lui inventata, bensì ricevuta da epoca antichissima. Il nuovo rito, totale rifacimento elaborato in modo del tutto artificiale e imposto con metodi brutali, è un culto reso non più a Dio, ma all’uomo; non è più il Sacrificio della dottrina cattolica, ma la riunione fraterna dell’eresia protestante. Nel celebrarlo, un sacerdote che, per grazia divina, abbia conservato la retta fede deve fare uno sforzo continuo per ricordarsi che sta parlando con Dio e rendendo presente l’atto della Redenzione universale, la cui continua rinnovazione incruenta espia, preservandola così dalla distruzione, l’interminabile sequenza di peccati con cui l’umanità, due millenni dopo il dono della salvezza, continua ad offendere il Creatore.

Quanti sacerdoti e fedeli pensano a questo, durante la Messa? La maggioranza non possiede più nemmeno la nozione di sacrificio espiatorio e propiziatorio. Che in chiesa, poi, si vada ad adorare qualcuno, è un’ipotesi stravagante; sussiste unicamente – ma solo al catechismo – l’idea che ci si venga a ringraziare il buon Dio: ma per che cosa? Per la vita, la famiglia, i talenti, le vacanze… tutto è disperatamente appiattito sul piano naturale. I pastoralisti, forti della loro infallibile scienza, scatteranno subito osservando che, nella cultura attuale, è semplicemente impensabile proporre qualcosa di più, dato che nessuno lo capirebbe. Certo: hanno creato di proposito questa situazione, demolendo la fede e spegnendo ogni sentimento religioso, per poi concludere che essa ci obbliga a continuare così, onde bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di cambiamento…

L’Occidente, lasciato in balìa di Satana, delle sue opere e delle sue seduzioni, attende il colpo di grazia, ma non lo sa; per questo è così spensierato. Qualche isolata Cassandra, qua e là, prova a dare un caritatevole avvertimento, ma nessuno può sentirla; chi, talvolta, riesce a superare il muro di omertoso silenzio è immediatamente respinto come un guastafeste e un uccello di malaugurio (per dirla in termini decenti, che non s’usano più). Nel sistema mediatico, saldamente controllato dall'imperialismo tecnocratico dalle molte facce, non sono ammesse voci fuori dal coro, ma solo imbonitori di speranze illusorie e fallaci. Quanta gente, del resto, legge unicamente le pagine dello sport e dello spettacolo? La mente imbottita di futilità, la pancia piena di cibi nocivi, il sangue inquinato di alcool e droga… una maniera dolce di suicidarsi per prevenire l’esecuzione. Sempre meglio di un colpo alla nuca – cerca di convincersi l’inconscio collettivo manipolato a menadito. Perché, in fondo in fondo, tutti sanno di essere minacciati, ma cercano di non pensarci.

La vera minaccia, ovviamente, non è quella degli attentati pianificati dai servizi segreti; quelli servono solo a scatenare reazioni emotive di massa che assecondino svolte politiche e giustifichino progressive restrizioni della libertà. La minaccia reale – oltre al dilagare del cancro, della violenza privata e delle malattie sessualmente trasmissibili – consiste nel progetto di drastica riduzione della popolazione mondiale che politicanti e banchieri consacrati al diavolo intendono realizzare tra breve con ogni mezzo, dalla guerra totale ai cataclismi naturali provocati dall’uomo, per non parlare della sterilizzazione di massa indotta dall’ideologia del gender. Sono decenni, poi, che in un assordante silenzio prosegue lo sterminio di Stato in ospedali pubblici e cliniche private: solo in Italia sono quasi sei milioni, altro che olocausto! Già questo crimine orrendo, da solo, merita inimmaginabili castighi… quelli che Dio sta per mandare servendosi dei Suoi stessi nemici, dopo aver esaurito i Suoi continui, quanto inascoltati, ammonimenti e richiami.

La misericordia esige pentimento sincero e decisa correzione della propria condotta, rinnegamento dell’errore ed emendazione delle colpe, riparazione del male commesso e fermo proposito di non più peccare. Perché il Figlio di Dio, altrimenti, sarebbe morto sulla croce, dopo aver affidato agli Apostoli il mandato di rinnovarne il Sacrificio redentore in ogni luogo e in ogni tempo? Solo grazie ad esso, ora, i peccatori possono convertirsi e cooperare, come è giusto e necessario, alla propria stessa salvezza, unendo le loro penitenze a quella Passione che è sorgente di tutte le grazie. Guai a chi finge di ignorare tutto questo e propina ai fedeli una parodia della misericordia! Sarebbe meglio per lui non essere nato. Guai a chi ha distorto il significato e inficiato il valore della santa Messa! Non può certo stare in Paradiso. Se cerchiamo riparo da ciò che ci attende, torniamo alla Messa di sempre, implorando da Dio la grazia che numerosi sacerdoti possano celebrarla ovunque. Non di quelli che chiamano in chiesa i musulmani a maledirci e ad oltraggiare Nostro Signore durante il santo Sacrificio; quelli hanno già perso la testa.
 
 

domenica 14 agosto 2016

noi ipnotizzati

Terrorismo, Meluzzi: "I media utilizzano la psichiatria per minimizzare e depistare" 

 

 

"Ipnotizzati dal politicamente corretto, siamo incapaci di chiamare le cose col loro nome. Questo ci rende fragili e impreparati a questa guerra. Ogni giorno arrivano migliaia di islamici. Rischiamo di soccombere"
I terroristi islamici erano terroristici islamici anche per i grandi media, un tempo. Poi il politicamente corretto li ha derubricati a terroristi generici, omettendo la matrice religiosa e ideologica. Quindi un altro salto carpiato: non son più nemmeno terroristi ma persone disturbate, instabili, depresse, magari perché divorziate, bullizzate, residenti in periferia, con un lavoro precario o abbandonate dalla fidanzata. Qualsiasi giustificazione pur bizzarra è ben accetta, a patto di scansare la parola Islam.

Alessandro Meluzzi, psichiatra, cosa sta succedendo ai media?
Il meccanismo mediatico tende a utilizzare le categorie della psichiatria per minimizzare, per depistare rispetto alla realtà delle cose. C’è un utilizzo assolutamente improprio della psichiatria. E lo dice uno che fa lo psichiatra da 35 anni.

Eppure quella psichiatrica pare diventata l’unica chiave di lettura.
Non si può pensare di buttare in depressione, in psicosi, in disturbo della personalità un confronto tragico come quello che abbiamo di fronte, che ha certamente degli aspetti di follia ma in senso simbolico e metaforico. Certamente è difficile che ci possa essere un reclutamento al terrorismo se coloro che vengono reclutati al terrorismo non avessero delle falle nella struttura di personalità. Ma questo è valso nelle rivoluzioni e nelle guerre di tutte le epoche.

Se l’analisi dei media è così fuorviante, non c’è il rischio di sottovalutare il fenomeno?
Siamo di fronte a una vera guerra rispetto alla quale bisogna essere attrezzati. Non esito a usare la parola guerra. È un confronto di civiltà, l’attacco più insidioso alla civiltà europea dopo la seconda guerra mondiale, rispetto al quale siamo fondamentalmente impreparati. Ipnotizzati dal politicamente corretto, incapaci di chiamare lo cose col loro nome.

Questo aggrava la situazione?
Questo ci rende particolarmente vulnerabili, impreparati e fragili. Anche perché è in corso una migrazione di tipo apocalittico e biblico: arrivano ogni giorno alcune migliaia di islamici. E arrivano in una condizione di fondamentale disadattamento psicosociale, condizione base per un reclutamento di massa dall’immediato futuro.

Quali prospettive abbiamo?
Quella di ricordare un importante filosofo della politica che si chiamava Lenin: diceva che “i fatti hanno la testa dura”. Li si può rigirare come si vuole, ma avendo la testa dura si ripresentano in tutta la loro crudezza. Una situazione che l’Occidente ha contribuito a creare, attraverso la destabilizzazione delle cosiddette primavere arabe: ha creato un bubbone che ora sta trasmigrando da noi. O la nostra cultura, la nostra civiltà imparerà a sviluppare degli anticorpi e a difendersi, o soccomberà di fronte a una struttura rigida e assolutamente inaggredibile dalle chiacchiere qual è l’Islam fondamentalista. Che alla fine produrrà un effetto di destabilizzazione incontenibile su tutta la linea. Si tratta di follia, ma non psichiatrica. Sarà follia ideologica, sociologica, antropologica. Ma buttare tutto questo in clinica psichiatrica è un’offesa alla storia e un’offesa alla psichiatria.

C’è un limite al politicamente corretto?
Deus quos perdere vult, dementat primum: Dio fa diventare pazzi coloro che vuole distruggere. È quello che ci sta capitando. E questo sì, è psichiatrico.
[Fonte]

venerdì 12 agosto 2016

monache di clausura trascurate

Un progetto che ci precede 

 



È stata recentemente pubblicata la costituzione apostolica Vultum Dei quaerere sulla vita contemplativa femminile, recante la data del 29 giugno 2016. Nella sua presentazione, avvenuta il 22 luglio scorso, è stata evidenziata la distanza temporale che la separa dalla precedente costituzione apostolica in materia, la Sponsa Christi di Pio XII, promulgata nel 1950 (66 anni fa!). Il Segretario della Congregazione per gli IVC e le SVA, il francescano Mons. José Rodríguez Carballo, nel presentare il documento, ha rilevato che le monache di clausura negli ultimi decenni erano state trascurate a livello legislativo, tanto da essere ancora sottoposte alle norme emanate da Pio XII, e che quindi la nuova costituzione apostolica veniva a colmare una “lacuna di cui si iniziavano a sentire sensibilmente le conseguenze”. Ciò che i mezzi di informazione hanno rilanciato a proposito di questo nuovo documento pontificio praticamente si riduce all’invito a non “reclutare candidate alla vita contemplativa da altri Paesi, al solo scopo di mantenere la sopravvivenza del monastero” (art. 3, § 6) e alla raccomandazione di fare un uso prudente dei mezzi di comunicazione (n. 34).

Se devo essere sincero, non avevo intenzione di leggere la nuova costituzione apostolica, dal momento che non mi riguarda direttamente; ma poi, non resistendo alla curiosità, me la sono letta non una, ma due volte. Sí, perché dopo averla letta una prima volta ed essere rimasto perplesso su alcuni passaggi, mi è venuta la voglia di conoscere quale fosse la normativa precedente; per cui mi sono andato a leggere la costituzione apostolica Sponsa Christi di Pio XII (21 novembre 1950), l’istruzione Venite seorsum del 15 agosto 1969 (sul sito della Santa Sede c’è solo il testo latino; per la traduzione italiana bisogna ricorrere all’Enchiridion Vaticanum) e l’istruzione Verbi Sponsa del 13 maggio 1999. Terminata la lettura di questi documenti, ho sentito il bisogno di tornare sulla Vultum Dei quaerere, per poter fare un confronto.

Il semplice elenco dei summenzionati testi dovrebbe essere sufficiente a dimostrare che non è del tutto vero quanto affermato da Mons. Carballo nella conferenza di presentazione: non corrisponde a verità che le povere monache continuavano a osservare le norme del 1950, quasi che dopo il Concilio Vaticano II non ci fossero stati altri interventi legislativi. Già nel 1969 l’istruzione Venite seorsum (neppure citata nella nuova costituzione, tamquam non esset…) si proponeva di applicare le disposizioni del Concilio (e del motu proprio Ecclesiae Sanctae) alla clausura delle monache; nel 1999 poi (e quindi successivamente alla pubblicazione del nuovo Codice di diritto canonico e della esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata) era stata emanata una nuova istruzione, la Verbi Sponsa, che aveva adeguato le norme riguardanti la clausura al nuovo contesto. Per cui non c’è mai stato un vuoto legislativo: le monache avevano a disposizione il Codice di diritto canonico, le loro costituzioni e l’istruzione Verbi sponsa per sapere come comportarsi. Anzi, mi chiedo se proprio ci fosse bisogno di questo ulteriore intervento. Ma è una domanda destinata a rimanere senza risposta, dal momento che non conosco quale fosse la reale situazione dei monasteri di clausura. Le osservazioni che seguono, pertanto, si fondano esclusivamente sulla lettura dei testi, sul loro confronto e sulla mia personale esperienza di vita religiosa (ma non su una diretta conoscenza della vita claustrale che, ovviamente, mi manca).

La prima impressione che ho avuto nel leggere questi documenti è stata quella di trovarmi di fronte, nel caso dei primi tre (Sponsa Christi; Venite seorsum; Verbi Sponsa), a dei testi, diversi fra loro, ma tutti “robusti” dal punto di vista dottrinale e chiari e precisi sul piano normativo; nel caso della nuova costituzione invece, ho avuto l’impressione di avere a che fare con una specie di “pia esortazione”, che si mostra poi incerta e confusa in fase legislativa. Ciò che mi ha maggiormente colpito nel leggere la costituzione apostolica di Pio XII è stato il suo interessantissimo excursus storico; leggendo l’istruzione Venite seorsum (che per me rimane il testo migliore), sono rimasto impressionato dalla fondazione biblico-teologica della vita claustrale (basta scorrere le note per rendersi conto della ricchezza di riferimenti); l’istruzione Verbi Sponsa — la quale, dopo aver riaffermato “i fondamenti dottrinali della clausura proposti dall’Istruzione Venite seorsum”, si proponeva solo di aggiornare le norme della clausura papale (n. 2) — mi ha dato l’impressione di essere ancora pienamente attuale e non bisognosa di ulteriori revisioni.

Bisogna riconoscere che la nuova costituzione apostolica contiene numerosi elementi assenti nei documenti precedenti; e quindi potrebbe dare l’impressione di una maggiore completezza. Ma, se si analizza attentamente la natura di tali novità, ci si accorgerà che si tratta di elementi comuni a ogni forma di vita consacrata: essi erano già presenti nei numerosi documenti post-conciliari rivolti ai consacrati, fra i quali sono da annoverare anche le monache di clausura. L’obiettivo dei precedenti documenti era quello di considerare esclusivamente gli elementi specifici della vita contemplativa (la clausura, l’autonomia dei monasteri con la possibilità di federarsi fra loro, il lavoro e lo specifico apostolato). Gli elementi presi in esame da Vultum Dei quaerere sono dodici: formazione, preghiera, Parola di Dio, Eucaristia e Riconciliazione, vita fraterna in comunità, autonomia, federazioni, clausura, lavoro, silenzio, mezzi di comunicazione e ascesi. Va riconosciuto che era forse opportuno trattare alcune di queste tematiche, anche se poi il modo in cui lo si è fatto potrebbe non risultare sempre del tutto soddisfacente (come, p. es., a proposito dei mezzi di comunicazione).

Nella presentazione della vita claustrale (che però, come accennato, si confonde spesso con la semplice vita consacrata) si rilevano alcune sottolineature tipiche dell’attuale teologia della vita religiosa: ho notato un’insistenza (che personalmente trovo eccessiva, se messa in rapporto con altre prospettive che sono state o trascurate o del tutto ignorate) sulla sua dimensione profetica (nn. 2; 3; 4; 5; 6; 16; 23; 35; 36; art. 13); mentre ho percepito una specie di riluttanza a riconoscere l’oggettiva superiorità della vita claustrale (n. 4: «Le comunità di oranti, e in particolare quelle contemplative … non propongono una realizzazione piú perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituiscono un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa»). Ho riscontrato una certa compiacenza a ripetere affermazioni oggi di moda:  «La vita monastica, elemento di unità con le altre confessioni cristiane» (n. 4), il che è vero solo per quanto riguarda i rapporti con l’Ortodossia; i monasteri considerati come “scuole di preghiera” (nn. 17; 21; 36) o la raccomandazione a condividere il frutto della meditazione sulla parola di Dio (n. 19; art. 5, § 2), cose difficilmente realizzabili, e in ogni caso discutibili, se si tiene conto della clausura. Non potevano mancare i ricorrenti slogan di Papa Francesco: le “periferie” (n. 6); l’“autoreferenzialità” (n. 29); la “mondanità” (n. 35); la “cultura dello scarto” (n. 36). Chiedo: è davvero necessario che, in qualsiasi contesto, debbano sempre venir fuori le medesime tematiche? Era proprio cosí importante raccomandare alle monache di clausura: «Abbiate cura di preservarvi “dalla malattia dell’autoreferenzialità”»? A parte il fatto che non so che cosa capiranno (io, personalmente, faccio fatica); ma, in fin dei conti, è un peccato tanto grave?

Nel documento si insiste molto — e giustamente — sulla formazione. Ma anche qui lo si fa concedendo molto alle tendenze del momento: si parla di “formazione permanente”, dentro la quale dovrebbe inserirsi la stessa formazione iniziale (art. 3, § 1); di “formazione delle formatrici” (art. 3, § 3); di partecipazione a “corsi di formazione” fuori del monastero (art. 3, § 4); di case comuni di formazione (art. 3, § 7). Cose che si fanno in tutti gli istituti, ma di cui si fa tuttora fatica a scorgere la reale utilità. 

Non saprei esprimere un giudizio sugli aspetti giuridici dell’autonomia e delle federazioni. Per chi, come me, appartiene a un Ordine religioso centralizzato non è facile capire quali siano i meccanismi giuridici che regolano la vita dei monasteri. Certo, meraviglia che ciò che finora era solo una possibilità sia ora diventato un obbligo. L’istruzione Verbi Sponsa affermava chiaramente: «La scelta di aderirvi o meno [alle federazioni] dipende dalla singola comunità, la cui libertà dev’essere rispettata» (n. 27); adesso viene disposto: «Inizialmente tutti i monasteri dovranno far parte di una federazione» (art. 9, § 1). Non so quale sia stato il motivo che ha portato a questo cambiamento; suppongo si tratti della situazione di molti monasteri che non riescono piú, per la scarsità delle monache e per la loro età avanzata, a essere completamente autonomi. Ma certo si tratta di una evoluzione che fa riflettere.

Nutro qualche perplessità a proposito della clausura. A parte il fatto che nel documento si parla di quattro forme (n. 31: «La clausura è stata codificata in quattro diverse forme e modalità [cf VC 59; can. 667]: oltre a quella comune a tutti gli Istituti religiosi, ve ne sono tre caratteristiche delle comunità di vita contemplativa, dette papale, costituzionale e monastica»), mentre, nella conferenza di presentazione, Mons. Carballo parla di tre («vengono ridefiniti i tre tipi di clausura già contemplati in certo modo da Vita consacrata 59, cioè clausura papale, costituzionale e monastica»), personalmente ritengo che non sia corretto parlare, a proposito delle monache di clausura, né di quattro né di tre forme di clausura: per loro esistono esclusivamente la “clausura papale” e la “clausura costituzionale”; il loro unico punto di riferimento è il § 3 del can. 667, dove appunto si parla di questi due tipi di clausura. E in quel paragrafo viene enunciato anche il criterio per l’adozione dell’uno o dell’altro tipo: 
«I monasteri femminili ordinati interamente alla vita contemplativa, devono osservare la clausura papale, ossia regolata dalle norme stabilite dalla Sede Apostolica. Gli altri monasteri femminili osservino la clausura rispondente alla propria indole e definita nelle costituzioni».
Mi sembra che il testo sia sufficientemente chiaro: i monasteri interamente dediti alla vita contemplativa devono (si noti, “devono”) osservare la clausura papale; gli altri (ossia quelli che, accanto alla vita contemplativa, legittimamente esercitano qualche attività apostolica) osserveranno la clausura costituzionale (cioè definita nelle loro costituzioni). Mi lascia pertanto assai perplesso la disposizione di Vultum Dei quaerere: 
«Ogni monastero, dopo un serio discernimento e rispettando la propria tradizione e quanto esigono le Costituzioni, chieda alla Santa Sede quale forma di clausura vuole abbracciare, qualora si richieda una forma diversa da quella vigente» (art. 10, § 1). 
Che significa “quale forma di clausura vuole abbracciare”? Il criterio non è la “volontà” soggettiva del monastero (ciò che in questo momento piace alle monache), ma la sua fisionomia oggettiva (se cioè il monastero è esclusivamente dedito alla contemplazione o se invece si dedica anche a qualche forma di apostolato). È ovvio che c’è sempre la possibilità di cambiare; ma si può cambiare solo perché cambia la fisionomia del monastero, non perché cambiano i gusti delle monache.

Questo mi sembra che sia il punto piú debole del documento, che d’altronde riflette una mentalità oggi piuttosto diffusa nella vita religiosa (e se ne possono constatare le conseguenze...): siamo noi che dobbiamo “inventare” la nostra vita religiosa, dimenticando che essa è innanzi tutto un dono che riceviamo e al quale dobbiamo semplicemente adeguarci. Tale mentalità si manifesta in un altro elemento ricorrente nella costituzione apostolica: l’adozione, anche per i monasteri di clausura, del “progetto comunitario” (art. 3, § 1; art. 6, § 1; art. 7, § 2; art. 13). A quanto mi risulta, finora i documenti della Santa Sede sulla vita religiosa non ne avevano mai parlato (ho trovato un fugace accenno solo ne La vita fraterna in comunità, n. 32); ma negli istituti religiosi è una pratica che ha avuto una larga diffusione negli ultimi decenni (penso che l’origine sia l’America Latina). Il progetto comunitario è stato presentato come uno strumento di rivitalizzazione delle comunità, praticamente come una panacea a tutti i mali della vita religiosa. Nella mia Congregazione fu adottato dal Capitolo generale del 1988 e poi si è trascinato fino a nostri giorni diventando una pratica burocratica come tante altre (il Superiore che all’inizio di ogni anno manda al Provinciale il progetto comunitario, riducendosi a fare uso del “copia e incolla”). Ma ciò che è sbagliato è la mentalità che c’è dietro: l’idea che ogni anno la comunità debba “reinventare” la propria vita religiosa, come se il vangelo, il diritto canonico e le costituzioni non bastassero. Ora si vuole che anche i monasteri di clausura si adeguino a una pratica di cui, sinceramente, finora non s’è visto alcun frutto nelle altre comunità religiose. Quand’è che riusciremo a liberarci dalle categorie della progettualità, della creatività, della fantasia, dell’invenzione (non sono forse altrettante forme di “autoreferenzialità”?), che hanno arrecato non pochi danni alla vita religiosa, e impareremo ad accogliere e a conformarci a un progetto che ci precede, un progetto che non è nostro, ma ci è stato dato da Dio, dalla Chiesa, dai nostri fondatori?
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