sabato 18 febbraio 2017

Siamo caduti nell'eresia.

Divorziati risposati, per fare la Comunione basta il proposito di cambiare 

 


È stato presentato il 14 febbraio alla Radio Vaticana il piccolo libro del cardinale presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi Il capitolo ottavo della Esortazione apostolica postsinodale «Amoris laetitia» (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2017, pagine. 51, 8 euro). Pubblichiamo il testo della presentazione. del teologo don Maurizio Gronchi, consultore del Sinodo sulla famiglia e docente alla Pontificia Università Urbaniana.
«Il pregio principale della lettura guidata del capitolo ottavo di Amoris laetitia del cardinale Francesco Coccopalmerio è di far parlare il documento, lasciando emergere ciò che a un rapido sguardo fin troppo sbrigativo rischia di venir trascurato, se non sacrificato o ancor peggio travisato, come talvolta è avvenuto. Con asciutta precisione e chiarezza essenziale, il canonista mostra che non sono necessarie acrobazie per cogliervi la novità pastorale nella continuità della tradizione dottrinale della Chiesa. I fondamenti della teologia del matrimonio sono uniti, senza confusione, con quelli della teologia morale; il profilo ideale della famiglia cristiana è distinto, senza separazione, dalla saggezza pastorale rivolta a quanti hanno sperimentato il fallimento matrimoniale. L’acribia con cui viene commentato il documento pontificio mostra in modo limpido in quale maniera sia sempre necessario interpretare i testi magisteriali: non per dubitarne, ma per comprenderli e accoglierli».

«I primi tre capitoli pongono le basi per l’interpretazione teologica, che si svolge nei tre successivi. Dapprima si mette in luce la certezza della dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia; l’atteggiamento pastorale della Chiesa verso le persone in qualche situazione “irregolare”; le condizioni soggettive di coscienza di queste persone e il problema della loro ammissione ai sacramenti, con metodo espositivo semplice: breve introduzione, testo di Amoris laetitia, conclusione schematica. L’autore è consapevole della difficoltà di capire con esattezza la questione della connessione tra le condizioni soggettive o di coscienza delle persone nelle diverse situazioni non regolari e l’accesso ai sacramenti. Alla luce del n. 301 del documento, sui condizionamenti e le circostanze che attenuano la responsabilità soggettiva — tali da impedire di formulare un giudizio di peccato mortale, da non permettere «di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa» — emerge la posizione chiara del cardinale relativa alla coscienza che le persone hanno della loro situazione illegittima e delle difficoltà a uscirne. «Il testo, dunque, afferma che le persone delle quali si parla sono coscienti “dell’irregolarità”, sono, in altre parole, coscienti della loro condizione di peccato (…) si pongono il problema di cambiare e quindi hanno l’intenzione o, almeno, il desiderio di cambiare la loro condizione» (pp. 20-21)».

«Questo argomento è in effetti poco sottolineato da altri. Si fa qui presente la serietà della coscienza di coloro che vivono in una unione non sacramentale: sanno di non vivere la pienezza dell’amore di Cristo, e ne soffrono. Questo punto è decisivo anche per la possibilità di accedere ai sacramenti da parte di coloro che non riescono ad astenersi in modo completo dai rapporti coniugali (cfr. Familiaris consortio, 84). Interrompere l’intimità della vita coniugale, col rischio di compromettere il bene dei figli (secondo Gaudium et spes, 51, citato nella nota 329 di Amoris laetitia), ad alcuni può sembrare inadeguato. In verità — scrive Coccopalmerio — «è una indicazione data dal concilio per situazioni di matrimonio, in altre parole di unioni legittime, mentre è applicata dalla Esortazione Apostolica a casi di unioni, almeno oggettivamente, non legittime. Credo, però, che tale differenza non sia rilevante per la correttezza della suddetta applicazione» (p. 24), ovvero di prendere questa decisione senza una nuova colpa».

«Di conseguenza, la tanto discussa interpretazione della nota 351 viene così chiarita: «La Chiesa, dunque, potrebbe ammettere alla Penitenza e alla Eucaristia i fedeli che si trovano in unione non legittima, i quali però verifichino due condizioni essenziali: desiderano cambiare situazione, però non possono attuare il loro desiderio. È evidente che le condizioni essenziali di cui sopra dovranno essere sottoposte ad attento e autorevole discernimento da parte dell’autorità ecclesiale. Verissimo, infatti, si rivela, specialmente in queste occasioni, il ben noto principio: Nemo iudex in causa propria» (p. 27). L’autore sceglie di «valutare teologicamente la eventuale ammissione di un fedele ai sacramenti della Penitenza e della Eucaristia» e aggiunge: «Credo che possiamo ritenere, con sicura e tranquilla coscienza, che la dottrina, nel caso, è rispettata» (p. 28). Infatti, la dottrina rispettata è quella dell’indissolubilità del matrimonio, perché tale condizione è riconosciuta come non conforme al Vangelo; la dottrina del sincero pentimento: si ha la coscienza del peccato oggettivo e il proposito di cambiamento, seppur al momento non attuabile; infine la dottrina della grazia santificante: per accedere all’eucaristia è sufficiente il proposito del cambiamento».

«Conclude perciò il cardinale: «Ed è esattamente tale proposito l’elemento teologico che permette l’assoluzione e l’accesso all’Eucaristia, sempre — ripetiamo — in presenza dell’impossibilità di cambiare subito la condizione di peccato» (p. 29). Riguardo al tema del proposito ci permettiamo di aggiungere una preziosa indicazione contenuta nella nota 364 dell’esortazione, ove si richiama una raccomandazione di Giovanni Paolo II ai confessori: si tenga conto che «la prevedibilità di una nuova caduta “non pregiudica l’autenticità del proposito”». Merita ascoltare il passaggio completo della lettera pontificia al cardinale Baum (22 marzo 1996): «Se volessimo appoggiare sulla sola nostra forza, o principalmente sulla nostra forza, la decisione di non più peccare, con una pretesa autosufficienza, quasi stoicismo cristiano o rinverdito pelagianismo, faremmo torto a quella verità sull’uomo dalla quale abbiamo esordito, come se dichiarassimo al Signore, più o meno consciamente, di non aver bisogno di Lui. Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa».

«Dal quarto al sesto capitolo, il commento del cardinale Coccopalmerio affronta il problema della relazione tra dottrina e norma, in generale e in particolare, alla luce dell’ontologia della persona, nella quale «possiamo distinguere due tipologie di ontologia della persona»: quella costituita dagli elementi comuni, che ha la caratteristica di essere generale e astratta, e quella degli elementi singolari, che considerano la realtà concreta di questa persona. Tenendo conto più della seconda che della prima, ci si rende conto «di quegli elementi che in qualche modo limitano la persona, soprattutto nella capacità di capire, di volere e perciò di agire» (p. 35), che Amoris laetitia chiama condizionamenti, circostanze attenuanti, fragilità. Il rispetto dell’ontologia concreta di ogni persona ha delle conseguenze pastorali ben evidenziate dall’esortazione: la legge della gradualità, la valorizzazione del bene possibile, la non immediata imputabilità di coloro che non adempiono la legge, e perciò non possono essere giudicate. Lungo questa saggia strada pastorale occorre procedere verso l’integrazione nella vita ecclesiale, che comporta una «molteplice ministerialità e l’esercizio della carità fraterna» (p. 45). Nel capitolo conclusivo, l’autore chiama «ermeneutica della persona» quella che ritiene la prospettiva centrale di Papa Francesco, il quale «valuta la realtà attraverso la persona o, ancora, mette innanzi la persona e così valuta la realtà. Quello che conta è la persona, il resto viene di logica conseguenza. E la persona è un valore in sé, a prescindere per tale motivo dalle sue peculiarità strutturali o dalla sua condizione morale» (p. 47). In questa prospettiva va letta la ricerca della pecora perduta da parte del pastore, superando ogni forma di emarginazione. Ma «se il Papa non emargina chi sbaglia, non va questo atteggiamento a scapito dell’integrità della dottrina? Accogliendo il peccatore, giustifico il comportamento e sconfesso la dottrina?» (p. 49). La risposta dell’autore è decisamente negativa. A conclusione della nostra presentazione potrebbe essere utile ricordare che la questione dell’inadeguata opposizione tra dottrina e pastorale ha radici antiche. Oggi, come ieri, siamo sollecitati dalla medesima questione. Il Vaticano II va inteso in modo pastorale o dottrinale? Lo stile e l’insegnamento pastorale di Papa Francesco costituisce un vero apporto dottrinale? La risposta che proviene dalla tradizione cristiana non conosce l’alternativa, ma soltanto l’armonica integrazione tra le due dimensioni costitutive della trasmissione della fede: la novità nella continuità, tra distinzione senza separazione e unione senza confusione. Come conferma anche questo contributo del cardinale Coccopalmerio con il suo piccolo e importante volume».

http://www.famigliacristiana.it/articolo/per-fare-la-comunione-basta-il-proposito-di-cambiare.aspx

Custos, quid de nocte?

di Roberto Pecchioli
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“In un tempo senza ideali né utopia, dove l’unica salvezza è un’onorevole follia.” Sono versi di Giorgio Gaber, scritti con Sandro Luporini per i suoi spettacoli che restano tra gli eventi italiani più significativi di fine XX secolo. Un’epoca di rassegnata decadenza, come dice l’incipit di quello stesso brano, “Io persona”. Il tema della libertà è forse il più potente tra quelli del signor G, e dà il titolo al suo testo forse più noto, La libertà, del 1972. Vi si dice, ed è così, che la libertà non è star sopra un albero; essere liberi non vuol dire banalmente poter fare tutto ciò che si vuole lasciandosi trascinare da una dionisiaca febbre di astratta indipendenza, ma ha un significato ben più profondo: una libertà autentica si realizza quando ciascuno ha la possibilità di conoscere, partecipare e decidere.

In quest’ottica, il nostro è il tempo della più drammatica tra le illusioni di libertà. Poiché tuttavia le libertà non si perdono mai tutte insieme, ci troviamo ad un punto di svolta, in un tornante durante il quale libertà concrete vengono smontate, negate, anzi decostruite, e si lavora alacremente ad un gigantesco progetto di totalitarismo in maschera. Un rapporto ufficiale del governo britannico, mai smentito, pubblicato dalla coraggiosa Arianna Editrice nel 2015 nel libro del giornalista investigativo Daniel Estulin, Transevolution, l’era della decostruzione umana, afferma testualmente “i concetti di democrazia e libertà scompariranno per essere rimpiazzati da una dittatura ad alta tecnologia fondata sulla sorveglianza, il controllo e la manipolazione mentale.” Niente di meno, e la fonte è un organismo della nazione che si vanta di essere patria e levatrice della libertà. C’è di più, poiché le parole hanno ciascuna un peso: non scompariranno semplicemente libertà e democrazia come fatti, qualunque sia il significato che gli attribuiamo, ma i concetti stessi. Mancheranno le parole per descriverle, perché ce le sequestreranno, come ammise Aldous Huxley nel 
Mondo Nuovo e capì George Orwell.

Non resta che alzare la guardia, e resistere come la scolta idumea nel canto biblico di Isaia: “una voce chiama da Seir in Edom: Sentinella! Quanto durerà ancora la notte? E la sentinella risponde: Verrà il mattino, ma è ancora notte. Se volete domandare, tornate un’altra volta.” La parte più cupa della notte sta per iniziare, siamo ancora in quell’imbrunire che i francesi chiamano “entre chiens et loups”, tra cani e lupi, allorché si distingue ancora, ma in maniera imperfetta. Il francese Etienne De la Boétie, nel celebre Discorso sulla servitù volontaria, fu il primo ad avvertire che spesso l’uomo rinuncia alle libertà naturali per piaggeria, abitudine, pavidità. Al tiranno, sosteneva, non si tratta di strappargli qualcosa, ma di non offrirgli nulla, ossia l’anima nostra.

Con altre parole, espresse analogo concetto Goethe, scoprendo che non vi è miglior schiavo di chi si crede libero. Vero, ma i mezzi dei loro secoli erano imparagonabili a quelli posseduti dalle oligarchie contemporanee: l’intero sistema di comunicazione ed intrattenimento, più il dominio della tecnologia, il monopolio del denaro e la forza coercitiva, quando serve, degli apparati del potere politico e militare. Possiedono tutti i mezzi, determinano tutti i fini, se ne inquietò persino il più coerente dei liberisti, Friedrich Von Hajek.

L’attacco, formidabile e concentrico, all’albero della libertà, quello che Jefferson diceva dovesse essere bagnato ad ogni generazione dal sangue dei patrioti e dei tiranni, è in pieno svolgimento. Vediamo alcuni segnali. Sul versante della libertà di pensiero e di espressione, le società liberali moderne hanno ormai imboccato la strada del proibizionismo con sanzione penale. Non si possono discutere “gli esiti del processo di Norimberga”, né si è permesso dir bene di se stessi, giacché preferire la propria nazione o etnia alle altre è espressamente vietato da norme come la nostra legge Mancino, che vuol colpire le cosiddette “discriminazioni” (ma discriminare significa distinguere, quindi ragionare, scegliere!)  ed è ormai una norma omnibus.

Se lo scrivente, nelle righe a seguire, manifestasse fiera antipatia per la città di Cuneo e per i suoi abitanti potrebbe essere trascinato dinanzi ad un tribunale e condannato a pene detentive. A molti ragazzotti ultrà di calcio, i cui limiti culturali e civili sono evidenti a tutti, sono state inflitte pene per cori da stadio spesso stupidi o volgari, ma certo meno pericolosi dei mille gravi reati che restano quotidianamente impuniti. Il presente è quello delle norme a contrasto di un altro psico-reato, l’omofobia, il neologismo che bolla chi preferisce (discrimina…) l’orientamento sessuale normale, ribattezzato eterosessuale, a quello omosessuale. In galera, urlava anni fa una canzone del genere demenziale di Giorgio Bracardi. “La vuoi la minestrina? Te piace la minestrina? Mangia la minestrina! In galera!”

Delle norme sempre in vigore contro i rigurgiti fascisti nel 2017, in totale assenza di fascismo, meglio tacere. Si può andare a processo ed essere condannati per aver levato il braccio in un saluto vecchio di due millenni. In assenza del reato, peraltro, nessuno si esibirebbe nel saluto. L’ultima novità, pericolosissima, che dimostra l’esistenza di un piano per sottomettere il libero pensiero, è quella che intende punire le “false notizie”, o fake news, nell’inglese degli stenterelli. Un’operazione che va avanti da mesi, in Italia grande sponsor è la signora Boldrini, la presidenta della Camera passata dal ruolo di funzionaria dell’ONU, organizzazione mondialista e transnazionale alla militanza nella sinistra radical chic premiata con la terza carica dello Stato italiano. A proposito, il correttore del sistema Word non riconosce come esatto il termine presidenta: proponiamo sanzioni contro Microsoft.

Ma quali saranno le false notizie? Ci vorrà un bollino blu, o un timbro della Questura, forse basterà il via libera della CNN o dell’Agenzia Reuter, tanto sono tutte di proprietà degli stessi super padroni, Rothschild, Rockefeller, ora anche Amazon (Washington Post). Ricordate quando deridevamo le veline provenienti dall’agenzia sovietica Tass, o i plumbei editoriali della Pravda, che vuol dire verità? Insomma, è già attiva la psico polizia decisa a stroncare chi non dice la (loro) verità, in rete o sulla stampa. Scommettiamo un centesimo su chi si accanirà, e ricordiamo che in Francia, altra terra della libertà, inscindibile dall’uguaglianza e della fraternità, è in corso di discussione una legge che impedirà di svolgere attività contro l’aborto. Contro la vita si può dire o fare qualsiasi cosa, ma se si oserà fare propaganda contro l’interruzione volontaria di gravidanza (sentite come è più dolce e neutro il concetto, se lo chiamiamo così) è pronta la Bastiglia.

Nulla di nuovo, infine: Karl Popper, pensatore sopravvalutato, scagliò dardi velenosi contro i nemici della “società aperta”, indegni di manifestare le loro convinzioni. Si stanno solo allargando, esplorano il terreno, sino ad oggi la ribellione è poca e limitata a soggetti che il sistema provvede quotidianamente a screditare e stigmatizzare. Dai tempi di 1984, il capolavoro di Orwell, è aumentata la quantità di odio sparso ai quattro venti. Prudente, o più moderato, il partito Socing tiranno di Oceania, obbligava alla pratica collettiva di due minuti quotidiani di odio nei confronti dell’arcinemico inesistente Emmanuel Goldstein. La dose è massicciamente aumentata, nella realtà degli anni Duemila. Bersagli favoriti, populisti, omofobi, razzisti, xenofobi, sessisti, femminicidi (!), ma anche insegnanti severi, genitori non permissivi, sacerdoti che difendono la fede di sempre, a scendere sino a chiunque non sia allineato al pensiero unico liberale, libertario, progressista eccetera eccetera.  Vietato vietare, da circa mezzo secolo, eccetto che per lorsignori e lorcompagni.

Quanto alle false notizie, una la ricordiamo bene, le rivelazioni sulle armi di distruzione di massa in possesso, garantì l’America, del bieco Saddam Hussein. Per evitare l’accusa infamante di complottismo, evitiamo di discutere dei dubbi relativi all’11 settembre ed alla figura di Bin Laden. I complottisti sono infatti i falsari per eccellenza, non a caso il termine fu introdotto dalla CIA per bollare chi non credeva alla verità ufficiale sull’assassinio di John Kennedy, il quale, come tutti sanno, fu ucciso da un killer solitario, Lee Oswald, caduto pochi giorni dopo sotto i colpi di un altro squilibrato, Jack Ruby.

La verità non può mai essere “ufficiale”: qualunque aggettivo ne sminuisce o nega il principio. Le versioni ufficiali di qualcosa, innalzate a verità per motivi di potere o di interesse, dovrebbero essere bandite proprio nei regimi liberi, nelle società aperte. Così non è, ma è molto irritante il solo pensarlo, affermarlo espone già a rischi. La scienza, ad esempio, afferma che molte delle differenze tra uomo e donna sono di natura genetica. La nuova, potentissima teoria del gender, cara alle oligarchie, lo nega con forza. A chi verrà tappata la bocca? Sarà la tecnologia, sarà il mercato, ma persino i supporti di ausilio contro le apnee notturne sono diversi tra uomo e donna: pare che ci siano differenze nell’apparato respiratorio. Si suggerisce una nuova battaglia per farla finita con questa “discriminazione”.

L’ossessione per l’estensione dell’uguaglianza ad ogni ambito dell’esistenza colpisce per la sua incapacità di fermarsi, fosse solo per prendere fiato e guardarsi intorno. Naturalmente, l’unica ineguaglianza ammessa ed incoraggiata è quella economica, e le disuguaglianze in quel campo sono tali da far arrossire chiunque, specie i difensori dei poveri chiamati sinistra. Ma le verità munite del timbro santificante di quella parte sono indiscutibili come i dogmi della Chiesa al tempo in cui vigeva la fede cattolica. Per molti adoratori della libertà e della democrazia, è lecito e giusto impedire con ogni mezzo l’attività dei movimenti politici loro avversari, e propongono quasi ogni giorno nuove leggi contro le idee di qualcuno. Nuovi pregiudizi si sostituiscono a quelli vecchi, con la pretesa della superiorità morale e l’invocazione della sanzione e del divieto scritti nei codici.


Butto giù qualche luogo comune (i luogocomunisti sono partito di immensa maggioranza!): il Medioevo fu un’epoca buia, l’inquisizione e la caccia alle streghe furono una vergogna esclusivamente cattolica, gli Spagnoli furono brutali conquistatori, a differenza degli Inglesi, gran civilizzatori (oltreché mercanti di schiavi), l’illuminismo trasse l’umanità dall’ignoranza e dall’infanzia della conoscenza, l’Italia vinse (!!!) la seconda guerra mondiale per merito dei partigiani, la strategia  della tensione e le bombe ci furono per impedire ai buoni (Il PCI) di andare al potere. Potremmo continuare, fino all’aborto “legge di civiltà” o al matrimonio omosex vittoria dell’amore. Non ci sono più le mezze stagioni, l’ultimo povero luogo comune innocente ed innocuo.

Negli ultimi giorni abbiamo verificato anche che è sostanzialmente vietato, anche ad una madre in lutto, dire che le canne e le droghe dette leggere fanno male. Roberto Saviano, l’intellettuale di riferimento dell’Italia smart, si è indignato, scagliandosi contro il “proibizionismo”, che naturalmente difende a spada tratta allorché si tratta di impedire la diffusione di principi ed idee opposte al pensiero dominante di cui è esponente di punta. I giovani italiani – e non solo loro – sballino pure, è un loro pieno diritto, e sia apprestato un rogo in Campo de’ Fiori per chi si ostina a dire che le droghe fanno male, chi siamo noi per giudicare e proibire? Se qualcuno muore, sono danni collaterali, come nei bombardamenti umanitari. Unanime riprovazione per Trump che ha tagliato i fondi alle organizzazioni abortiste. E’ una società disinfettata che inclina all’obitorio, se conoscessimo l’inglese forse la chiameremmo morgue society, ci si indigna non per le vite buttate o soppresse, ma perché qualcuno ritira dal gioco il denaro pubblico.

Il clima è questo, e intanto il potere vero cuoce la rana a fuoco moderato. Ritirano il denaro contante dalle nostre tasche, dicendo che così è più comodo, ma ciò che non ho in mano non è più davvero mio. Promettono salute e lunga vita per tutti applicando sotto pelle microchip e, presto, biochip, ma l’esito è il controllo, al centimetro, dei nostri spostamenti, delle nostre abitudini, dei consumi e delle convinzioni di ciascuno. Riveliamo tutto allegramente a Facebook, ovvero ad un super miliardario come Zuckerberg. Nessun regime totalitario ha mai potuto neppure sognare un controllo globale tanto capillare. Del nostro p/c e dello smartphone, siamo proprietari solo della ferraglia, l’hardware, dei software siamo solo licenziatari, possono ritirarceli quando vogliono, come può fare la banca per la carta di credito e Facebook per un profilo non conforme ai criteri stabiliti da loro.

Tante cose ce le offrono gratis, ma, qualcuno osservò che quando qualcosa è gratis, anzi free, significa che sei tu il prodotto che stanno vendendo. Le menzogne dalle quali siamo circondati sono rassicuranti, insinuanti, dolci. I fatti sono che l’opera di ri-costruzione di un’umanità docile ed ignara è avanzata, i lavori sono ben oltre le fondamenta.  Insieme con le sigle nemiche del potere finanziario, iniziamo tutti a tenere a mente un altro acronimo: GAFA, Google, Amazon, Facebook, Apple. Silicon Valley, oggi padroni in condominio, domani padroni e basta. Non sono marchi o ologrammi, ma i titolari delle tecnologie che cambiano il mondo, modificano gli uomini, muovono fiumi di denaro, possiedono già la mente di milioni di persone. Non si fermeranno, se non li fermeremo. Ma questa è un’altra storia, e riguarda la libertà e la vita di questa vecchia specie chiamata umanità. Ne riparleremo.

tassa sulla via Crucis

Roma, spunta una tassa per le processioni religiose

Un fax di sei righe scritto in burocratese, ma che stavolta non lascia adito a dubbi (qui trovi l'originale). «In prossimità delle festività pasquali il nostro municipio informa i Parroci delle parrocchie interessate, che il modello inerente la richiesta in oggetto (domande per le processioni dello stesso periodo, ndr) è reperibile sul sito del IV municipio - servizi al cittadino - modulistica- commercio - occupazione suolo pubblico o presso il medesimo ufficio».
Sì, avete letto bene. Il IV municipio di Roma (zona Pietralata, alla periferia sud-est, amministrato dal Movimento 5Stelle) chiede alle 18 parrocchie che insistono sul suo territorio di pagare una tassa per occupazione di suolo pubblico in occasione delle processioni o delle via crucis che dovessero svolgersi lungo le vie del quartiere: in soldoni 70 euro «per rimborso spese istruttoria» più altri 16 per il bollo, oltre naturalmente al Canone da determinare (ma in questo caso in base a quali criteri?).

La via crucis o la processione religiosa, dunque, alla stregua delle bancarelle commerciali o dei gazebo di bar e ristoranti o delle impalcature per lavori di restauro. Con tanto di indicazione dei moduli da riempire, dell’ufficio dove recarsi per pagare e del termine entro cui effettuare il tutto: il 4 marzo prossimo. Servizi al cittadino, appunto. «Quando mi è arrivato il fax non sapevo se piangere o ridere – dice ad Avvenire don Fabrizio Biffi, parroco di San Fedele da Sigmaringa a via Mesula, che ha sollevato il caso –. Poi ho scelto la strada dell’ironia, come tutti hanno potuto leggere sul sito internet della parrocchia. Una cosa è certa. Si tratta di un provvedimento che non ha nessuna giustificazione».

L’ironia di don Fabrizio è tutto sommato bonaria, ma senza rinunciare ad alcune efficaci stoccate. «Non temete e non vi preoccupate – scrive alla Presidente del Municipio, Roberta Della Casa – perché la nostra parrocchia non farà richiesta. Ci disturba un po’ relegare una processione del Venerdì di quaresima ad attività commerciale, con occupazione di suolo pubblico. Anzi vi promettiamo che saremo attenti a non consumare ulteriormente le strade. Dopo le nostre processioni, con tutti quei danni che fanno le scarpe con il loro attrito, e con le preghiere che pesano sul-l’asfalto, come potremmo dormire sonni tranquilli? Complimenti, siete riusciti a eliminare il problema. Non facendo processioni, certamente ci saranno meno buche e voi avrete meno spese». 

Chiaro il riferimento alle strade di Roma, il cui asfalto da diversi anni versa in condizioni pietose. Don Biffi conferma anche al telefono la sua intenzione di rinunciare per quest’anno alla Via Crucis che tradizionalmente teneva il venerdì precedente a quello Santo. «Gli altri anni – spiega – facevamo una semplice comunicazione alla questura e al comando dei vigili di via Fiorentini e qualche volta ci mandavano la pattuglia. Ma una richiesta del genere non si era mai vista.

Vorrà dire che la faremo all’interno della parrocchia, perché essere paragonati agli esercizi commerciali proprio no». In effetti il provvedimento amministrativo appare abbastanza singolare. E potrebbe avere persino profili di incostituzionalità, andando a ledere l’intangibile diritto alla libertà di culto. È quanto filtra, in assenza per ora di reazioni ufficiali, da ambienti vicini al Vicariato di Roma. Il caso di processioni religiose, infatti, non è assolutamente configurabile come occupazione di spazio pubblico, dato che i fedeli si limitano a percorrere una strada in un dato tempo. 

Come per tutte le manifestazioni che implicano un minimo di ordine pubblico bisogna semplicemente darne comunicazione agli organi preposti, ma non c’è neanche bisogno di una autorizzazione. Di solito poi vengono inviate sul posto una o più pattuglie della polizia municipale, per fermare il traffico il tempo strettamente necessario al passaggio della processione e garantire l’incolumità dei fedeli. Da questo punto di vista le processioni sono assimilabili ai cortei sindacali e politici e ad altre manifestazioni di manifestazione del pensiero, che hanno nella Costituzione una analoga garanzia. 

Diverso sarebbe il caso di restauro della facciata di una chiesa, che richieda il posizionamento di impalcature e l’apertura di un cantiere su porzioni di suolo pubblico. Oppure il caso di una festa, anche parrocchiale, che preveda l’uso di un palco ad esempio sul sagrato o sulla piazza antistante la Chiesa. In questi casi effettivamente si paga l’occupazione del suolo e si così, viene sottolineato, si è sempre fatto a Roma. Perché dunque il provvedimento del IV municipio non tiene conto di queste norme? 'Semplice' ignoranza, o qualcosa di più, da parte di un municipio che come scrive don Biffi, «oltre che laico è forse anche un tantino prevenuto? ».

venerdì 17 febbraio 2017

x comunicare con te


i teologi: riabilitare Giordano Bruno

Giordano Bruno: tanto fumo poco arrosto



Il 17 febbraio dell’anno 1600 fa venne arso vivo a Campo de’ Fiori a Roma il noto filosofo Giordano Bruno, ad opera del Tribunale Ecclesiastico. Oggi ci viene presentato dalla scuola e da buona parte della storiografia come un martire del libero pensiero caduto vittima della terrificante macchina inquisitoriale per le sue tesi che si discostavano dall’ortodossia cattolica. Ma chi fu veramente Giordano Bruno?

Noto per la sua misoginia, Bruno dovette fuggire nel 1576 dal convento nel quale risiedeva per evitare un processo per eresia e viaggiando per l’Europa acquistò la fama di mago e di esperto della tradizione ermetica. Rifugiandosi nel 1579 nella Ginevra calvinista, inizialmente aderì al calvinismo per poi esserne scomunicato.

Lavorò in seguito come spia di  sir Francis Walsingham (capo dei “servizi segreti” inglesi dell’epoca) nell’ambasciata francese a Londra per contrastare i cattolici inglesi, tradendo da un lato l’ambasciatore Michel de Castelnau che lo ospitò e non facendosi scrupoli dall’altro di utilizzare il saio domenicano (entrò in quell’ordine a 14-15 anni) per ottenere informazioni che potessero essere poi rivolte a danno dei cattolici in Inghilterra (ad es. denunciò un penitente che gli aveva confessato di aver voluto assassinare la regina).

Dopo la sua attività spionistica a Londra, tornerà a Parigi da Enrico III di Valois (che lo aveva sempre accolto e protetto), ma ne venne espulso nel 1586 a causa dell’ennesima discussione degenerata in una rissa. Si trasferì quindi a Marburgo in Germania ottenendo una cattedra universitaria che fu costretto ad abbandonare a causa di un litigio col rettore, spostandosi di conseguenza a Wittenberg (città dove Lutero affisse le sue 95 tesi) e abbracciando il luteranesimo in funzione anti-cattolica (vorrei ricordare che 4 anni prima nel suo libello “Spaccio “ il Bruno auspicò che i luterani venissero “sterminati ed eliminati dalla faccia della terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi”). Una volta lasciata questa città andò a Praga dall’imperatore Rodolfo II, il quale a causa della sua fascinazione nei confronti dell’esoterismo lo accolse, ma non appena verificato che le “abilità magiche” da lui tanto decantate non corrispondevano ad un dato di realtà, Bruno dovette abbandonare Praga dirigendosi alla volta di Helmstadt nel 1589, dove fu presto scomunicato dal pastore luterano locale. 

Viaggiò successivamente a Francoforte, Zurigo e Padova, per poi approdare a Venezia nel 1591, ospitato da una cerchia di nobili veneziani (tra cui spiccava Giovanni Mocenigo) desiderosi di conoscere i segreti dell’occulto e della magia, ma il Bruno non ardiva altro se non assoggettare Papa Gregorio XIV alla sua visione religiosa e politica tramite…la magia. Qui si concluderà la sua vicenda quando il Mocenigo lo farà arrestare dall’Inquisizione il 23 maggio 1592.

http://www.radiospada.org/2013/02/giordano-bruno-tanto-fumo-poco-arrosto/

giovedì 16 febbraio 2017

amo la Tradizione




Io amo la Tradizione, la amo profondamente e cerco di esserne un attento ascoltatore. Ho qualche remora su certi “tradizionalisti”. Purtroppo ci sono alcuni che vedono la Tradizione come culto del passato contro un presente e futuro che sono di per se malvagi. Ma questa è un’ermeneutica della Tradizione che la soffoca, non la porta avanti. La Tradizione per essere un tradere, una trasmissione, deve affacciarsi nel fluire del tempo. Se la togliamo dal tempo per relegarla solo al culto di un passato che non torna, la Tradizione avvizzisce, invece di portare avanti la fiamma, adoriamo le ceneri. 

La Tradizione è la vera innovazione, perché costruisce su ciò che è già saldo.
 

La Tradizione non è alle spalle, ma di fronte a noi.

Aurelio Porfiri

mercoledì 15 febbraio 2017

i particolari: calli-grafia

La grafica estetica nei libri liturgici

 

 
Parlare della grafica e dell'estetica nei libri liturgici è cosa ardua, in un mondo come il nostro che non ha alcun tempo per cose del genere, facilmente giudicate come "inutili". Se si ragiona in questo modo, è ovvio!, divengono in un attimo "inutili" pure secoli di arte...
 
Dal momento che sono convinto del contrario, amo indicare ai miei cortesi lettori che un bel libro non è solo questione di estetica ma coinvolge molte più cose, cuore compreso.

Propongo due esempi tratti dalla liturgia cattolico-latina preconciliare (quella successiva non m'interessa affatto, anche perché in più punti si allontana sensibilmente dalle comuni radici cristiane). Un esempio è stato preparato da me, dopo aver realizzato il font tipografico tratto direttamente dal libro, e uno è facilmente reperibile nel web (compilato con il comune font "Times").
 
Nel primo esempio la scelta tipografica ricalca esattamente l'originale, un Missale Romanum edito negli anni '40 del XX sec., libro particolarmente elegante. La chiarezza di lettura è elevatissima. Il carattere, pur non essendo grassetto, non da adito ad alcuna difficoltà d'interpretazione. Tale carattere, non esistendo affatto, mi ha obbligato alla sua realizzazione. Il font ha caratteristiche che lo rendono utilissimo per questo genere di lavori tra cui i segni grafici seguenti, introvabili nei fonts comuni (la "f" fusa con la "i" o con un'altra "f" è tipica dei testi umanistici a stampa):



Nel secondo esempio, redatto da un giovane tedesco, è stato preferito il carattere "Times". La pagina appare piatta, come "slavata". La lettura non ha la facilità del primo esempio.

Una grafica estetica non è facile da trovare se si va in Europa orientale, area che non ha conosciuto la sensibilità umanistica verso il libro tipica dell'Europa occidentale. Nei paesi ortodossi normalmente ci si accontenta di libri con grafica sommaria. Una certa eccezione è rappresentata, in questi ultimi anni, dai libri editi dal monastero di Simonos-Petra ma, è necessario sottolinearlo, uno dei suoi principali responsabili, padre Makarios, è di origini ... francesi!

Auguro a chiunque voglia intraprendere la strada editoriale per dei libri di liturgia, o per semplici dispense, di non scegliere le vie più comode, ma quelle più classiche anche se chiedono molto più lavoro. Un libro liturgico, per il suo contenuto, dev'essere obbligatoriamente bello, non cosa di poca fatica e conto perché, oltre a dire molto di più sullo stesso contenuto, dirà qualcosa anche su chi lo ha realizzato.
 
http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/02/la-grafica-estetica-nei-libri-liturgici.html

martedì 14 febbraio 2017

san Valentino: sesso subito

La sessualità prematrimoniale: perché è un grave peccato, anche se nessuno lo dice più.
 

La concezione cristiana della sessualità
Prima di affrontare il discorso in merito alla sessualità prematrimoniale, è necessario spiegare cosa è la sessualità secondo il Cristianesimo. Per il Cristianesimo la sessualità è un valore, perché creata e quindi voluta da Dio. Per il Cristianesimo non è valore ciò che è conseguito dal peccato, ma ciò che Dio ha iscritto nella natura, in questo caso nella natura dell’uomo.
L’essere umano non è stato voluto da Dio come una sorta di angelo, cioè con una natura esclusivamente spirituale, bensì come unione di spirito e di corpo. Ora, la sessualità altro non è che la dimensione corporea della reciproca donazione di quell’uomo verso quella donna e di quella donna verso quell’uomo, che si sono uniti nel vincolo indissolubile del matrimonio-sacramento.

I rapporti prematrimoniale negano la donazione
Da ciò si capisce l’illegittimità della sessualità prematrimoniale (e ovviamente anche di quella extra-coniugale). Infatti, tale sessualità non può essere vissuta nella dimensione della donazione. La donazione, infatti, ha bisogno della definitività. Non è definitivo ciò che è ancora temporaneo e provvisorio. Nessuno può negare il fatto che il fidanzamento non sia definitivo … se è fidanzamento è proprio perché non c’è alcuna definitività.

Né ha senso fare un’obiezione di questo tipo: Ma chi ci dice che il matrimonio sarà definitivo? Obiezione che non regge: ci sarebbe contraddizione in ciò che afferma la Chiesa se essa ammettesse la solubilità del matrimonio, cosa che invece non è.

La castità prematrimoniale è la capacità di rimaner fedeli al proprio marito e alla propria moglie ancor prima di conoscerli. Chi si sente di negare quanto sia importante rimaner fedele al proprio marito e alla propria moglie, al proprio fidanzato e alla propria fidanzata? E allora perché negare quanto sia importante la fedeltà anche nella prospettiva del futuro? Perché ritenere che la fedeltà sia un valore solo nella contemporaneità –conoscendo il marito o la moglie- e non anche nella prospettiva del futuro, cioè quando ancora non si sa chi sarà il compagno di vita che la Provvidenza vorrà?
In merito alla questione dei rapporti prematrimoniali un’altra obiezione che solitamente vien fuori è questa: Ma perché privarsi del piacere della sessualità? Non è Dio stesso che l’ha inserita nella natura umana? La risposta non è difficile. Certamente Dio ha inscritto il piacere nella sessualità, così come ha iscritto il piacere in ogni bisogno importante della natura umana. Ha iscritto il piacere anche nel mangiare. Si immagini cosa accadrebbe se non provassimo piacere a mangiare. Faremmo questo ragionamento: Adesso devo muovere le mandibole … chi me lo fa fare. Mangerò stasera … e poi anche la sera posticiperemmo al giorno dopo e così via … e intanto moriremmo di inedia. E così anche per la sessualità: se non ci fosse la dimensione del piacere, l’umanità si sarebbe già estinta. Ma – e qui sta il punto - un conto è apprezzare la dimensione del piacere, altro è fare del piacere la componente e il criterio fondamentali. Per ritornare all’esempio del mangiare: se devo mangiare per alimentarmi, va bene apprezzare il piacere del mangiare; ma se in quel momento non è bene che mangi per non danneggiare l’organismo, non posso e non devo mangiare solo per soddisfare un piacere che poi si trasformerà in un danno per la mia salute.

I rapporti prematrimoniali negano la responsabilità
Ma oltre a tale motivo, i rapporti prematrimoniali sono illeciti anche perché sono sempre irresponsabili. Il ragionamento è molto facile: il metodo contraccettivo più sicuro è la pillola antifecondativa, la quale ha una percentuale di “successo” (rattrista utilizzare questa terminologia, ma lo facciamo per farci capire) non superiore al 90%. Il che significa che i metodi anticoncezionali occasionali (quelli che solitamente si usano tra i giovani) hanno una percentuale di “successo” ben al di sotto del 90%. Ciò vuol dire che la sessualità fuori del matrimonio è sempre comunque irresponsabile: si “gioca” con una terza vita che non solo ha il diritto di nascere qualora venisse concepita, ma che ha anche il diritto di trovare un nucleo familiare stabile, un papà e una mamma.

Dunque, la sessualità pre ed extra matrimoniale è, oltre ad un grave peccato (e già questo dovrebbe bastare per capire), un atto sempre e comunque irresponsabile.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

lunedì 13 febbraio 2017

nessuno divorzia

Il segreto della città bosniaca in cui nessuno ha mai divorziato




Pensate a un mondo senza divorzio. Pensate a famiglie che non si separano, all’assenza di bambini feriti e di cuori lacerati.

Il matrimonio è la vocazione più impegnativa che esista e il divorzio sta aumentando ovunque, ma c’è una cittadina in Europa che rappresenta un’eccezione – una notevole eccezione – a questo dato inquietante.

A Siroki­Brijeg, in Bosnia­Erzegovina, non si sono mai registrati divorzi o famiglie separate tra gli oltre 26.000 abitanti!
Quale sarà il segreto di questo successo?

(Nota dell’autore: alcune fonti dicono che la popolazione di Siroki­Brijeg è di appena 13.000 persone, quasi al 100% cattoliche, ma a seguito di una ricerca più approfondita ritengo che il numero reale degli abitanti sia più del doppio di quanto indicato).

La risposta è la bella tradizione matrimoniale di Siroki­Brijeg. La tradizione croata del matrimonio sta iniziando ad arrivare nel resto dell’Europa e negli Stati Uniti, soprattutto tra i cattolici devoti che si sono accorti delle benedizioni che offre.

La popolazione di Siroki­Brijeg ha sofferto per secoli perché la sua fede cristiana è sempre stata minacciata, prima dai turchi musulmani, poi dai comunisti. Gli abitanti hanno imparato a proprie spese che la fonte della salvezza arriva attraverso la croce di Cristo, non gli aiuti umanitari, i trattati di pace o quelli sul disarmo, anche se questi possono apportare qualche beneficio.

Queste persone possiedono una saggezza che non permette loro di essere ingannate in questioni di vita o di morte, ed è per questo che hanno collegato indissolubilmente il matrimonio alla croce di Cristo, basando il matrimonio, che genera la vita umana, sulla croce, che genera la vita divina.

Quando i fidanzati vanno in chiesa per sposarsi, portano con sé un crocifisso. Il sacerdote lo benedice, e invece di dire che i fidanzati hanno trovato il partner ideale con cui condivideranno la vita dice: “Avete trovato la sua croce! È una croce da amare, da prendere su di voi. Una croce che non è da scartare, ma da custodire nel cuore”.

Quando la coppia pronuncia i voti matrimoniali, la sposa mette la mano destra sul crocifisso, e lo sposo la mano destra sopra quella di lei. Sono uniti tra sé e uniti alla croce. Il sacerdote copre le mani degli sposi con la stola, mentre loro promettono di amarsi a vicenda nella gioia e nel dolore, proclamando fedelmente i propri voti in base ai riti della Chiesa.

Poi i due baciano la croce. Se uno abbandona l’altro, abbandona Cristo sulla croce. Perde Gesù! Dopo la cerimonia, i neosposi attraversano la porta di casa per collocare il crocifisso in un posto d’onore. Diventa il punto di riferimento della loro vita, e il luogo di preghiera della famiglia. La giovane coppia crede fermamente che la famiglia nasca dalla croce.

Nei momenti di difficoltà e incomprensione, che sorgono in tutti i rapporti umani, non si ricorre non all’avvocato, al terapeuta o all’astrologo, ma alla croce. Gli sposi si inginocchiano, piangono lacrime di pentimento e aprono il proprio cuore, chiedendo la forza di perdonarsi a vicenda e implorando l’aiuto del Signore. Queste pratiche pie sono state imparate fin dall’infanzia.
Ai bambini viene infatti insegnato a baciare con reverenza il crocifisso tutti i giorni e a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa prima di andare a letto. I bambini vanno a dormire sapendo che Gesù li tiene tra le braccia e che non c’è nulla da temere. Le loro paure e le loro differenze scompaiono quando baciano Gesù sulla croce.

La famiglia rimane indissolubilmente unita alla croce di Cristo. Si tratta forse di una saggezza che pochi nel nostro mondo moderno riescono a comprendere?
Il Catechismo insegna che l’amore dev’essere permanente, altrimenti non è amore vero. Non è un sentimento che va e viene, ma un potere di donazione che sopravvive anche alla fine del sentimento. 

Nel matrimonio non possiamo dipendere dalle nostre forze umane. Se pensiamo di potere non falliremo. La tentazione invade qualsiasi matrimonio in un modo o nell’altro. Nel giorno del nostro matrimonio è difficile immaginare una situazione in cui tutto non sia perfetto. I giovani cuori sanno a malapena che si stanno imbarcando in un’avventura che raggiungerà le vette più elevate e le valli più profonde, ed è proprio nei momenti trascorsi in queste valli che servirà da parte della coppia uno sforzo eroico per rimanere in carreggiata. A volte sarà anche necessario che uno degli sposi abbia la disciplina mentale necessaria per riportare l’altro nel matrimonio.

Chi sta attraversando o ha già attraversato questa situazione riconosce la necessità della grazia per perseverare nella tempesta o nel silenzio. Ci saranno giorni in cui tutto sembrerà perduto, ma allora un momento di vera grazia può rinnovare l’amore e la vitalità nel rapporto, rinnovando anche il vincolo sacramentale. Ed è in questi momenti di seria difficoltà che gli sposi possono mettere in pratica il vero senso di quelle parole, apparentemente profetiche, che ora vengono aggiunte ad alcune cerimonie di matrimonio: “Puoi baciare la croce”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

domenica 12 febbraio 2017

si cambia la Messa??

Falsa e vera riforma liturgica

 

 

Il presente tema è stato trattato moltissime volte, soprattutto nei siti cattolici ma non sempre in modo adeguato. Com'è noto, da alcuni decenni il mondo cattolico è passato attraverso la più radicale riforma dei testi e della prassi liturgica della sua intera storia. Con tale riforma (1) il clero cattolico si è convinto che ben poco della liturgia può rimanere immutato e che, a seconda dei contesti culturali e dei tempi, molte cose possono essere ridiscusse. In realtà essi credono che nulla è ormai “sacro” nel senso di intangibile.

Solo l'inerzia delle ultime generazioni ha proibito che il processo di riforma avviato subito dopo il Concilio Vaticano II si fosse radicalizzato. Ma da oggi in poi sarà così?

A mio avviso quello che da alcuni secoli è sempre più mancato al mondo cattolico è una visione profondamente spirituale della preghiera liturgica. Di conseguenza, il significato dei simboli liturgici, come ancor oggi si conservano nell'Oriente cristiano, è divenuto sempre più sfuggente. Non a caso un teologo ortodosso contemporaneo ha scritto in una delle sue recenti pubblicazioni: “... il Cattolicesimo romano, in seguito al Vaticano II, si è liberato di un gran numero di simboli; nelle cerimonie protestanti, in cui il Cristianesimo ha raggiunto il più basso grado della secolarizzazione, il simbolismo è divenuto praticamente inesistente” (2).

Come una frana non avviene da un momento ad un altro ma è preparata da una serie di smottamenti del terreno, magari anche di lieve entità, così il crollo della liturgia in Occidente, ridotta ad una riunione sempre più autocelebrativa, è stata preparata da un crescente oblio della dimensione trascendente nel culto e, quindi, del valore della simbolica.

Le chiese antiche attorno a noi sono quasi l'unico legame, l'unica muta testimonianza con un mondo passato che i contemporanei non capiscono più.

La prima vittima di quest'incomprensione del passato è stata il clero. In tal modo, invece di sottolineare il valore della liturgia tradizionale e la sua efficacia spirituale, la sua comunicazione con il mondo trascendente, le autorità ecclesiastiche hanno preferito abbassare questa al livello religioso sempre più insoddisfacente dell'uomo contemporaneo.

“Chi può capire il significato di questi simboli?”, si sono chiesti i riformatori liturgici nel Cattolicesimo, abolendone parecchi con serena coscienza. Essi credono davvero che i simboli, essendo in buona parte incomprensibili, siano stati disposti in modo più o meno casuale o capriccioso per un impeto di pietismo.
C'è da dire che il simbolismo per sua natura sfugge, di fatto, ad una visione razionalistica della fede, quella stessa visione che è prevalsa nella riforma liturgica cattolica. Non è un caso che la riforma luterana se ne sia totalmente sbarazzata. Il simbolismo è legato con il mondo spirituale e con chi vi è profondamente implicato. Solo un uomo di grande profondità spirituale può, dunque, comprendere come e in che misura, dietro ad un oggetto, una frase, una gestualità più volte ripetuta, si cela la realtà celeste. Di conseguenza, solo un tal uomo è in grado di ritoccare la liturgia. La Chiesa nel suo insieme di sacerdoti e fedeli, è chiamata a riconoscere se tali ritocchi rispondono o meno all'essenzialità, se alterano o confermano il vero spirito della liturgia. Accoglierà o rigetterà, così, le riforme proposte. Ma, anche qui, l'insieme della Chiesa non deve muoversi con spirito secolaristico ma con un profondo spirito di pietà e con un forte senso del soprannaturale!

Quando da una certa epoca in poi nell'Oriente bizantino è stata abbandonata la celebrazione domenicale della Liturgia di san Basilio in favore di quella crisostomiana, è avvenuta una specie di “riforma” liturgica. Ma tale “riforma” non solo non condannava la liturgia basiliana – oramai lasciata solo a particolari feste e alle domeniche quaresimali – ma era in perfetta continuità con il suo passato: le preghiere della “nuova” liturgia avevano lo stesso spirito di adorazione e di timore verso Dio; le disposizioni esterne di fatto non cambiavano, pur essendo aperte a continui ritocchi riguardanti la preparazione del pane e del vino eucaristici, ritocchi che si fisseranno definitivamente solo verso il XIV sec.
In questo modo si salvava l'essenzialità, la continuità, e la si sposava con le necessità di nuovi tempi.

È avvenuto così in Occidente, con la riforma liturgica dopo il concilio Vaticano II? Credo che all'inizio si pensava di fare altrettanto ma poi, pian piano, la materia è scappata di mano a chi avrebbe dovuto tenerla vigorosamente e si è imposta di fatto una rottura con il passato, perché è di rottura in senso proprio che si deve parlare!

Tale rottura è stata consacrata con le attuali generazioni di chierici e laici che sentono inevitabilmente il proprio passato liturgico come qualcosa di totalmente estraneo. Le frange tradizionaliste sono impotenti ad invertire la rotta, quand'anche non vengano assorbite dalla tendenza maggioritaria, e non sono che un'eccezione ad una regola vigente ben diversa. 
Joseph Ratzinger ha cercato, come ha potuto e con i suoi limiti, di far rientrare negli argini il Cattolicesimo che, come un fiume esondato, si era disperso. I suoi timidi tentativi di ritorno alla tradizione liturgica hanno avuto per risposta una resistenza pervicace, se non proprio un profondo odio clericale. Le sue conseguenti dimissioni da papa hanno assunto un significato drammatico, come fossero un punto di non ritorno. 

Il bisogno di adattare la Liturgia è cosa comune, sia in Oriente sia in Occidente, ma il modo in cui lo si fa differenzia sempre più profondamente queste due realtà contribuendo a distanziarle proprio nel campo più importante del Cristianesimo: il culto a Dio.

A mio avviso non si tratta di questioni esteriori o puramente culturali ma di un orientamento interiore che se, in Oriente, cerca di mantenersi in sintonia con quello antico nonostante molte difficoltà, in Occidente se n'è discostato senza provare alcun senso di colpa o nostalgia. È successo come chi, nato al buio, pensa che la luce sia qualcosa di eccessivo e sbagliato, nonostante il proprio corpo gli possa ancora suggerire il contrario.

Scrivo tutto ciò anche perché sono sempre più forti le voci che l'attuale pontificato romano voglia ulteriormente modificare la Liturgia cattolica. In mancanza di uomini realmente spirituali e facendo affidamento ad un orientamento puramente razionalistico, non si può che giungere ad un disastro su larga scala, alla perdita di quel poco che oramai rimane.

Le antiche chiese occidentali contempleranno sempre più, mute e attonite, le strane cose che dovranno ospitare. Furono progettate e costruite per atmosfere ben diverse da quelle che stanno imponendosi. Altre mani ne forgiarono le bellezze artistiche, mani ispirate che paiono oramai estinte per sempre. 
Forse in Occidente sta avvenendo l'eutanasia del Cristianesimo?



1) Il termine "riforma" è molto discutibile anche se si è imposto in Occidente. La Chiesa, con la Pentecoste, ha avuto tutti i mezzi per governarsi e attraversare la storia. Più che di "riforma" si dovrebbe dunque parlare di "risveglio" della Chiesa stessa nei suoi uomini chiamati a seguire le orme del divino fondatore.

2) Jean Claude Larchet, La vie liturgique, Le Cerf, Paris 2016, p. 181n.


http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/02/falsa-e-vera-riforma-liturgica.html

sabato 11 febbraio 2017

Mi dimetto da frocio!


9, 2, 2017 – Ss. Martiri di Alessandria d’Egitto 
– a casa, scoglionato, in Calabria



 
E basta! Si chiude, seppur con dispiacere, un capitolo durato – gloriosamente – 35 anni. Da quella prima volta in caserma, nel cuore delle nebbie delle Langhe, fino a qualche ora fa. Ma, veramente, giuro!, ne ho piene le balle di questa catasta di “frocetti” che sta subissando, se non l’Umanità intera, almeno la nostra Identità. Son troppi e troppo esagerati. Esasperano tutto: dall’immagine esteriore alla qualità della propria anima. Si sono talmente spinti oltre ogni plausibile confine, che non sanno più da dove siano partiti e perché. 

Facce di gomma, culi di silicone, sguardi da gatti infuriati. Spiumati più di un’oca da cuscino, ma muscolosi quanto e più di Rambo e Rocky shakerati insieme, seppur bigolodipendenti; oppure bugiardamente barbuti e pur sempre con la mente calamitata da ogni patta incrociata nella metro; argentini nei guizzi vocali come sigaraie da tabarin e apparecchiati come troie da saloon, anche fra i banchetti del mercatino rionale. Scemi e ignoranti, imitano le dee, ma non ne conoscono il nome e le virtù. Gusci vuoti di vite buttate.

Eppur presenti in ogni dove: dagli altari, infettati dalle foie di frustrati altrimenti senza futuro, fino alle cattedre delle scuole, minati dalle false teorie su un genere che spezza la Natura e forza la Società. Presenti, e celebrati da altrettanti ignoranti “padroni di casa”, nei salotti mediatici e nelle piazze dell’Arte, dove la Chiamata perde il contatto col Divino e diventa un bercio stridulo di pretesa attenzione. Travestiti da manager d’industria, funzionari statali, mercanti, artigiani… In uniforme, in camice, in tuta… Froci per convenienza, per moda, per carrierismo, per curiosità, per assuefazione, per rabbia. Per ignavia.

Sfrontati, arroganti, pretenziosi, volgari, razzisti ed eterofobi. Garantiti dal Potere, che li teme. Ingrassati dalla politica, che ne patisce i ricatti. Coccolati da vecchie puttane ingioiellate e ripulite dalla fede al dito; tutelati da leggi zoppe quanto il gatto e la volpe di collodiana memoria; accontentati nei sacramenti e nelle onorificenze.

Padroni di un mondo che cambia dignità come fosse una mutanda pisciata di notte, pontificano e dispongono. Vomitano nuovi dogmi che la strada patisce ed accetta, preoccupata di non farsi crocifiggere, da una stampa impastata con inchiostro a sette colori e banalità, su quella cosa che non è cosa e che molti chiamano teoria del gender. 

Ma che, poi, tacciono quando, invece, dovrebbero denunciare i martirii patiti da quelli come noi che muoiono, massacrati nei paesi islamici, nei paesi a regime comunista, in mezza africa, negli abissi dell’estremo oriente.
Ecco, io non ci sto ad ingrossare le fila di questi frocetti da commedia americana! Volevo essere ricchione alla vecchia maniera, io! E, dunque, mi ritiro!

Volevo, sì, essere ricchione senza “matrimonio”; senza figli da consegnare al pubblico ludibrio, in un mondo che non è ancora pronto a cotanta provocazione; senza l’assurda pretesa di cancellare la bellezza della Santità del Padre e della Madre, non solo fra le calde mura domestiche, ma anche su un rigoroso certificato di nascita; senza la pietosa bugia che siamo tutti un po’ omosessuali, in fondo. Perché non è così!

No, mondo! Non ci sto più! Mi fermo. Mi sposto in un angolo. E non sono più frocio. Non consumo più, né atti, né sentimenti. Per rispetto. A me, ad un Lui, ad una Lei. Al Cielo e alla Terra.

Tornerò quando l’ultimo dei mentitori avrà ritrovato il buco dal quale è uscito e si sarà dileguato in quell’abisso dal quale qualcuno, scaltro e malfattore, lo ha convinto ad uscire per interpretare la commedia. La tragica commedia della morte della Dignità Umana.

Fra me e me.

Commenti:
Caro Spirli tutto vero o quasi, però credo che tutto ormai sia così non solo i froci ma l'essere umano tutto. Una volta si viveva con la chiave nella serratura e se avevi bisogno di qualcosa bastava bussare alla porta accanto. Ed ora? Guerra tra nazioni, guerra tra marito e moglie guerra con i figlioli guerra per un posteggio guerra per la diversità è tutto solo guerra. 
I sentimenti non hanno alcun valore tutto cambiato, la fantasia dov'è, la generosità dov'è, 
la comprensione la complicità il sentimento dovè l'amicizia l'amore, solo guerra. 
Allora forse non bisogna dimettersi da frocio come dice lei forse bisogna dimettersi da uomini.
O riscoprire e scoprire una vita più umana per tutti. Se no come nel finire di una commedia: Cala il sipario


http://blog.ilgiornale.it/spirli/2017/02/09/non-sono-piu-frocio/

venerdì 10 febbraio 2017

il vaticano verso una nuova messa

“Mutuo arricchimento”


Sull'ottimo sito Querculanus abbiamo trovato un interessante Articolo,  
tradotto in italiano, del liturgista Padre Peter M. J. Stravinskas.
Lo postiamo per intero pur non condividendone appieno alcuni passi.
 
 
Ieri mi sono imbattuto in questo articolo, che ho trovato estremamente interessante. È stato scritto dal Padre Peter M. J. Stravinskas, fondatore e superiore della Società sacerdotale del Beato John Henry Newman, fondatore e presidente della “St. Gregory Foundation for Latin Liturgy”, fondatore e direttore della rivista The Catholic Response. Mi sembra un articolo pieno di buon senso e immune da ogni sorta di prevenzioni ideologiche. Ritengo che le considerazioni in esso contenute dimostrino, se ce ne fosse bisogno, che:

a) se è vero che il Novus Ordo (la “forma ordinaria” del rito romano) può avere dei limiti, certamente anche il Vetus Ordo (la “forma straordinaria”) non ne è esente;
b) che il Vaticano II vide giusto quando individuò tali limiti e ne indicò la soluzione;
c) che i Padri conciliari non avevano intenzione di creare un nuovo rito della Messa, né da sostituire all’antico né da giustapporre ad esso, ma solo di restaurare l’antico rito (e forse bisogna ammettere che la successiva riforma andò, in qualche misura, oltre le indicazioni dei Padri);
d) che la Sacrosanctum Concilium dovrebbe essere il punto di riferimento per la ricostituzione di un unico rito romano (obiettivo a cui dovrebbe tendere la cosiddetta “riforma della riforma”).

Alcuni dei punti qui trattati (specialmente le questioni del lezionario e del calendario), li avevo già presi in considerazione in un post del 6 marzo 2009. Ovviamente qui ci troviamo di fronte a uno studio molto piú ampio e completo, fatto da uno che conosce bene, per esperienza diretta, la forma straordinaria. Su altri punti ritengo che si possa tranquillamente discutere (p. es., alcuni aspetti della forma ordinaria, come la preghiera dei fedeli, prima di essere fatti propri dalla forma straordinaria, andrebbero radicalmente ripensati nella stessa forma ordinaria). In ogni caso, si tratta di un testo utile dal mio punto di vista per avviare una approfondita riflessione in materia.

Per tutti questi motivi, ho pensato che l’articolo meritasse una grande diffusione e perciò ne metto a disposizione dei lettori la traduzione italiana.
Q


COME LA FORMA ORDINARIA DELLA MESSA PUÒ “ARRICCHIRE” LA FORMA STRAORDINARIA

Padre Peter M. J. Stravinskas, The Catholic World Report, 31 gennaio 2017


Nel 2007, Papa Benedetto XVI emanò il motu proprio Summorum Pontificum (SP), col quale egli ampliò il precedente indulto di Papa Giovanni Paolo II riguardante la celebrazione della Santa Messa secondo il Missale Romanum del 1962. Nella lettera accompagnatoria del Papa ai vescovi della Chiesa cattolica, egli espresse la convinzione che la disponibilità dell’antico rito (da chiamare ora la “forma straordinaria”) avrebbe permesso che la forma straordinaria e la forma “ordinaria” della Messa si “arricchissero a vicenda”. Sembrerebbe che il Pontefice avesse in mente un processo organico, dal quale sarebbe scaturita una “nuova e migliorata” forma della Messa romana. Molti sacerdoti e liturgisti hanno individuato vari elementi della forma straordinaria (FS) che sarebbero utili per sostenere la “sacralità” della forma ordinaria (FO). Quando però si passa a parlare di come la FO potrebbe influire positivamente sulla FS, non è raro constatare che si sollevino seri dubbi sul fatto che ciò possa avvenire. Questa reazione mi fa ricordare la famosa domanda retorica (e probabilmente sarcastica) di Tertulliano, quando fu sollecitato a considerare l’utilità della filosofia per la teologia: «Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme?».

Dalla promulgazione di SP, quando celebro secondo la FS, mi vengono alcune idee a proposito di eventuali adattamenti. Immagino che molte di queste mie idee fossero presenti anche nella mente dei Padri del Vaticano II, il cui primo documento fu la Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Quel documento forní il quadro teologico per il rinnovamento liturgico, scaturito dal movimento liturgico che per quasi un secolo portò al Vaticano II. Oltre alla base teologica, i vescovi individuarono anche gli ambiti dove c’era bisogno di modifiche e sviluppi. Bisogna notare che SC ottenne un’approvazione pressoché unanime (inclusa quella dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre). Certo, molto di ciò che venne fuori nel 1970 (e oltre) non era stato affatto previsto dai Padri conciliari.

Ciò detto, come potrebbe la FS trarre giovamento da alcuni degli aspetti piú felici della FO?

Adozione del nuovo lezionario

Molte persone non si rendono conto che prima del Vaticano II, non solo c’era un unico ciclo annuale di letture domenicali, ma non esistevaa proprio un lezionario per i giorni feriali! Di conseguenza, [nei giorni feriali] o si ripetevano le letture domenicali o si usavano quelle tratte dai “comuni” dei santi. Per cui SC chiese chiaramente un ampliamento del lezionario, nella prospettiva di fornire al Popolo di Dio una maggiore abbondanza della Parola di Dio.

La proclamazione della maggior parte del Nuovo Testamento e di vaste sezioni dell’Antico Testamento nell’attuale lezionario è uno dei risultati piú positivi della riforma liturgica postconciliare, tant’è vero che buona parte delle principali denominazioni protestanti hanno adottato il nostro lezionario.

Inserimento di nuovi formulari della Messa

Il Messale del 1970 (e successive edizioni) contiene un’abbondante raccolta di testi eucologici, scelti dal vasto repertorio liturgico della Chiesa. Molte orazioni possono vantare un’origine risalente al quarto secolo. Papa Benedetto in SP suggeriva in effetti la possibilità di integrare tali preghiere nel Messale del 1962, evidenziando in particolare il vasto assortimento di prefazi contenuto nel Messale FO (in contrasto con il numero assai limitato nel Messale FS).

Ampliare le possibilità per una celebrazione solenne

La FS ha alcune categorie chiaramente definite per la celebrazione della Messa: Messa bassa, Messa cantata, Messa solenne. La forma tipica è la Messa solenne, nella quale si dispiega l’intera gamma dei ministeri, insieme con l’incenso e il canto. La Messa bassa (che purtroppo negli Stati Uniti era l’esperienza liturgica piú familiare e comune) non aveva nessuno di questi componenti. La Messa cantata è un tentativo di avere almeno un po’ di solennità, anche senza tutti i ministri previsti.

La FO non ha categorie cosí rigide, permettendo in tal modo di adottare [di volta in volta] la maggior solennità possibile. E cosí, anche in una Messa quotidiana con il solo sacerdote celebrante, si può cantare una o tutte le preghiere e usare l’incenso. Purtroppo, tale possibilità non viene sfruttata molto frequentemente, neppure la domenica. Tuttavia, sarebbe un buon elemento da aggiungere al menú liturgico della FS.

Eliminazione dei testi recitati simultaneamente al canto

Nelle Messe cantate della FS, il celebrante è tenuto a recitare sotto voce i testi che sono cantati dal coro e/o dall’assemblea (p. es., Gloria, Credo, Sanctus). Nella celebrazione della Santa Messa, il sacerdote assume funzioni diverse: talvolta prega come uno dei fedeli; altre volte, prega in persona Christi Capitis (“nella persona di Cristo Capo”). Quando opera nel primo modo, non c’è alcuna ragione teologica perché non debba pregare il testo insieme con l’intera assemblea. Coloro che partecipano alla FS conoscono bene la stravaganza dell’attuale prassi liturgica, specialmente quando un testo richiede un gesto da parte del sacerdote (p. es. il segno della croce per terminare il Gloria o la genuflessione durante il Credo) non in sincronia con ciò che si sta cantando, dal momento che la schola/assemblea non ci è ancora arrivata.

Ripristino della processione offertoriale e della preghiera dei fedeli

Entrambi questi riti furono specificamente individuati da SC come elementi da essere ripristinati. L’enfasi qui è su “ripristinati”; a differenza di alcuni altri riti introdotti nella liturgia postconciliare, questi due possono vantare una venerabile tradizione. La “preghiera universale” del Venerdí santo è una testimonianza dell’antichità della preghiera dei fedeli. Il martire Giustino è un testimone ancora piú antico della processione offertoriale.

Rivedere il rito di congedo

Il rito di congedo della FS segue un ordine innaturale, in quanto il sacerdote congeda prima l’assemblea e poi dà la benedizione, seguita dall’ultimo vangelo. La FO ha una conclusione piú logica, in essa l’Ite, missa est è veramente l’ultima parola. Forse l’ultimo vangelo potrebbe essere conservato come un testo opzionale, dato il suo valore storico.

Spostamento della fractio

Nella FO, la “frazione del pane” avviene durante l’Agnus Dei, che è, per eccellenza, l’inno all’“Agnello immolato”. L’azione e il testo per questo rito nella FS invece non corrispondono l’uno all’altro.

Chiarire che l’omelia fa veramente parte della sacra liturgia

Togliere il manipolo e mettersi la berretta durante l’omelia (insieme con il segno di croce iniziale e finale) significa che l’omelia non fa parte della Messa; anzi, che ne è una “interruzione”. Al contrario, l’omelia è una parte essenziale della sacra liturgia. Inoltre, se cosí non fosse, allora ogni cristiano battezzato dovrebbe aver la possibilità di pronunciarla.

Mantenere l’integrità del Sanctus

Quando si cantano le Messe polifoniche, non è raro che il Benedictus sia separato dal resto del Sanctus, e sia cantato dopo la consacrazione. Si tratta, ovviamente, di una soluzione al problema creato da una esecuzione musicale che finisce per mettere in ombra la liturgia, al punto che non può essere eseguita senza creare un indebito ritardo nella celebrazione. Se una composizione musicale ha questo effetto, certamente essa ricade sotto la condanna del [motu proprio] Tra le sollecitudini di Papa Pio X. Oltre a ciò, se essa viene usata come un riempitivo del silenzio dopo la consacrazione, va contro tutta la logica di un canone recitato in silenzio, teso a evocare un piú profondo senso del mistero.

Adottare le rubriche della FO per il rito di comunione

Se il Pater noster è la preghiera della famiglia ecclesiale al suo Padre celeste, perché l’intera assemblea non dovrebbe pregarlo insieme? Naturalmente le norme di Papa Benedetto in SP già lo permettono; tuttavia, mi è capitato raramente di veder sfruttare questa possibilità. Avrebbe senso che anche le altre preghiere del rito della comunione venissero recitate ad alta voce o cantate (come nella FO), con le preghiere private di preparazione del sacerdote recitate sottovoce (di nuovo, come nella FO).

Volgersi ai fedeli quando ci si rivolge ai fedeli; 
volgersi a Dio quando ci si rivolge a Dio

Abbiamo usato questa formula per giustificare la celebrazione della Messa ad orientem nella FO, cioè volgersi all’oriente liturgico dalla liturgia eucaristica in poi. È vero anche il contrario: quando si proclamano le letture bibliche, [bisognerebbe] volgersi a coloro ai quali quei testi sono rivolti. Qualunque sia l’origine storica del volgersi a oriente per l’epistola e a nord per il vangelo nella Messa solenne, si tratta di gesti non proprio comunicativi del significato del rito che si sta celebrando.

Unire i calendari della FO e della FS

Per la FS, il non poter commemorare i santi canonizzati dal 1962 costituisce un impoverimento (si tratta di uno dei punti sollevati anche da Papa Benedetto in SP). Alcuni cambiamenti nel calendario sono pienamente condivisibili (p. es., la solennità di Cristo Re all’ultima domenica dell’anno liturgico), mentre altri hanno rappresentato la distruzione di antiche tradizioni (p. es., l’Epifania o l’Ascensione). A prescindere da ciò che si pensa dell’uno o l’altro calendario (e nessun calendario sarà mai perfetto), operare con un sistema a doppio regime denota divisione, una vera e propria antitesi a ciò che la buona liturgia dovrebbe essere.

Modificare le rubriche

SC chiede la modifica di segni e simboli che sono doppioni o arcani. Si pensi ai molteplici segni di croce durante il canone. Se è vero che la FO difetta per un certo lassismo, la FS può pendere verso un’inopportuna rigidità o rubricismo. In medio stat virtus! (“La virtú sta nel mezzo”).

Rinominare le due principali parti della Messa

Continuare a chiamare la prima parte della Messa “Messa dei catecumeni” è una forma di quell’archeologismo liturgico stigmatizzato da Papa Pio XII nell’enciclica Mediator Dei. Non congediamo catecumeni (o penitenti) da secoli (eccetto in ridicole parrocchie dove i cristiani battezzati che si preparano a essere ricevuti nella piena comunione sono “congedati”). La nomenclatura postconcilare è piú accurata: “liturgia della parola”/“liturgia eucaristica”.

Queste sono le mie raccomandazioni per il “mutuo arricchimento” come doni della forma ordinaria alla forma straordinaria. Spero che questo aiuti a rispondere alla versione liturgica contemporanea della domanda di Tertulliano.

Fonte: The Catholic World Report

via: http://querculanus.blogspot.it/2017/02/mutuo-arricchimento.html#more